La sfuggente architettura di sicurezza europea

Guido Lenzi di 20 Dicembre 2021

Antica, ripetuta, è la storia delle proposte di Mosca di un accordo sulla sicurezza europea.

Dal Piano per interposta persona del polacco Rapacki nel 1957, rivolto a denuclearizzare l’Europa dell’Est assieme alla Germania occidentale; alla richiesta di una sistemazione degli esiti bellici nell’Europa centrale (un Trattato di pace in proposito non fu mai firmato), che condusse all’Atto finale di Helsinki; alla proposta di Medvedev nel 2008, durante il suo breve periodo di presidenza, di un Trattato di sicurezza europea giuridicamente vincolante; ed infine ora, con le truppe russe ammassate alla frontiera con l’Ucraina, all’ennesima analoga proposta rivolta a Washington e, accessoriamente, alla NATO. Non all’Unione europea.

Nella sostanza, il tono e la sostanza del progetto di Trattato presuppongono l’esistenza di pericoli alla sicurezza continentale, da rimuovere materialmente, invece che indicare la strada da percorrere, come si fece, appunto, con l’adozione ad Helsinki del decalogo sui principi paneuropei (paradossale è che Mosca ne invochi le prescrizioni, assieme a quelle delle Nazioni Unite e delle altre convenzioni, tutte disattese dal Cremlino).

Come se la guerra fredda non fosse terminata, se il confronto bipolare persistesse, se i blocchi militari facessero ancora parte degli equilibri continentali, se il Consiglio NATO-Russia non fosse esistito fino all’annessione della Crimea e all’occupazione del Donbass. Come se gli impegni presi ad Helsinki nel lontano 1975 non avessero tracciato la strada da seguire. Ai quali Gorbaciov si era esplicitamente riferito nella sua opera di riforma nazionale e reintegrazione continentale. Ai quali Putin ha invece ostentatamente girato le spalle.

È con Washington, non certo con l’Europa, che il Cremlino può recuperare il perduto status di superpotenza, che la stessa ascesa della Cina le sottrae. La recente proposta non si rivolge infatti all’Unione europea, con la quale dal 1997 rimane in sospeso un ‘Accordo di partenariato e cooperazione’ che avrebbe dovuto anche avviare a soluzione i tanti ‘conflitti congelati’ lungo l’intera fascia di Stati, dalla Bielorussia all’Azerbaigian, che dividono ancora l’Europa allargatasi e la Russia ritrattasi. La Russia vorrebbe ora ‘garanzie scritte che la NATO non si estenderà a Stati che abbiano fatto parte dell’Unione Sovietica’. 

A quest’ultimo proposito, si trascura che l’impegno di non ‘allargare’ la NATO fu preso da Baker con Gorbaciov quand’era ancora Presidente dell’Unione Sovietica, la cui dissoluzione modificò radicalmente le condizioni di sicurezza degli Stati che da essa si emanciparono. E’ nella collaborazione, non nell’ostinata contrapposizione al mondo esterno, che la Russia può liberarsi della sindrome d’assedio che continua ad evocare, imputando alla NATO intenti aggressivi che non si sono manifestati nemmeno in occasione della guerra in Georgia nel 2008 né nelle aggressioni all’Ucraina del 2014.

Non ci vuole molto a rendersi conto che pretendere, all’art. 5 del progetto di Trattato, che Stati Uniti e Russia ritirino le loro forze “dalle aree nelle quali tali dislocazioni possano essere percepite dalla controparte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, con l’eccezione degli spiegamenti nei nel territorio nazionale delle Parti” (traduzione: le rispettive armi strategiche intercontinentali verrebbero conservate; rimosse invece quelle, anche convenzionali, dislocate dall’America in Europa) comporterebbero il disfacimento del rapporto strategico transatlantico. Lasciando l’Europa in balia di ulteriori prevaricazioni russe.

Comportando una divisione fra sfere di influenza esclusive, palesemente irricevibile. Un’altra Monaco non pare pertanto doversi profilare. La circostanza che, contrariamente alla prassi di un serio negoziato diplomatico, l’iniziativa russa sia stata resa di pubblico dominio appare piuttosto una goffa mossa propagandistica per uscire dall’angolo in cui Putin si sentirebbe confinato. Lo stesso fatto che la proposta sia stata presentata dal Vice Ministro degli Esteri Rybkov, piuttosto che dal titolare Lavrov, lascia supporlo. Non ci si può meravigliare che la cosa sia finita nel vuoto.

In nome dell’Unione, Francia e Germania (con l’Italia?) continueranno a dimostrarsi disponibili ad un dialogo, sia pure ‘esigente’ come pretende Macron. Bisognerebbe però parlare lo stesso linguaggio. Inutili si sono infatti apparentemente rivelati i loro contatti in rete con Putin, ai quali si è associato persino Papa Francesco il quale, nell’ultimo loro incontro in Vaticano, si dice, gli suggerì di ‘essere più sincero’.

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