Cultura e conoscenza: gli unici strumenti che restituiscono ai nostri giovani la fiducia e la speranza in un futuro. Da costruire e da vivere.

sr Anna Monia Alfieri di 24 Novembre 2021

L’Italia e la sua economia si trovano a misurarsi con una realtà che ha subito un mutamento paragonabile a quello avvenuto al termine della Seconda Guerra Mondiale. Per essere in grado di affrontare e gestire un simile cambiamento occorre che noi adulti siamo capaci di offrire loro una proposta educativa di alto respiro che consenta loro di possedere gli strumenti adeguati al mutato contesto. Sono quanto mai attuali le parole pronunciate da Benedetto XVI nel 2010: “I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita. È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili”.  Il covid ci ha sfidato proprio su questo punto: esso si è trasformato in una sfida educativa anzitutto per noi adulti, non per i giovani. Ecco perché gli adulti non possono limitarsi alla politica dei sussidi. 

È infatti necessario mettere in discussione proprio quelle logiche assistenzialiste tipiche di uno Stato gestore che si è sostituito alla capacità del singolo di agire alimentando una sussidiarietà circolare; anche noi adulti troviamo più immediato, più veloce un approccio paternalistico di chi spiana la strada mentre dovrebbe dare gli strumenti per superare gli ostacoli.

Proviamo a pensare: consideriamo i nostri ragazzi portatori di bisogni da soddisfare o protagonisti di una sfida educativa? Ci limitiamo a dare ai nostri ragazzi oggi la paghetta, domani i sussidi o scegliamo di dare loro molto di più? I nostri giovani, lo sappiamo, oggi hanno bisogno di molto di più rispetto ai sussidi.

La sfida che dobbiamo raccogliere nel campo educativo è quella che ci deve far abbandonare quel nostro paternalismo che non solo non fa crescere i nostri giovani ma, peggio, li consegna ad una incertezza del futuro perché li priva di quegli strumenti necessari a loro per vivere non solo il futuro ma anche il presente. Noi non potremmo mai garantire a noi e tanto meno ai nostri ragazzi un futuro privo di difficoltà ma possiamo dare loro gli strumenti per vivere qualsiasi evento futuro non prevedibile oggi fornendo loro gli strumenti per orientarsi. 

La speranza dei nostri ragazzi passa da una proposta educativa che non sia basata esclusivamente sulla trasmissione di competenze finalizzate alla produzione di beni materiali.  Affinché, però, ciò avvenga, è necessario liberarsi da un approccio relativista. Infatti, se non ci sono valori assoluti, quali valori sono degni di essere trasmessi? Ti insegno come si progetta e si produce una vettura e basta. Se, però, voglio insegnarti anche il come e il perché, allora dovrò trasmettere dei valori, come la sicurezza per l’automobilista e i passeggeri, la tutela della salute, la cura nella riduzione delle emissioni, etc. L’esempio è banale, però credo che sia utile per far comprendere come, accanto alla trasmissione delle competenze, la scuola debba trasmettere dei valori che rendano l’uomo più uomo, in grado di abitare consapevolmente il mondo della possibilità. Questa è la sfida del mondo dell’istruzione, dall’Infanzia all’Università. Benedetto XVI, tra i primi a parlare di emergenza educativa, aveva individuato le cause di tale emergenza nell’individualismo e nel relativismo sempre più dilaganti. 

Il futuro del Paese passa, lo andiamo ripetendo da tempo, dalla scuola. Non solo perché se fisicamente non riparte la scuola non riparte il Paese ma anche perché il covid ha confermato il ruolo educativo che la scuola, prima agenzia educativa dopo la famiglia, deve assumere. E lo deve fare subito! 

Ricordiamolo: i primi responsabili educativi dei giovani sono i genitoriche, per poter agire consapevolmente la propria responsabilità educativa, devono essere liberi, altrimenti è un inganno. Ecco perché, in queste ore, siamo tutti quanti impegnati a far sì che la legge di Bilancio rilanci una scuola più giusta e più equa che dia a tutti i nostri studenti e studentesse le medesime opportunità, colmando i divari fra il Nord e il Sud. Siamo tutti quanti impegnati a contrastare la povertà educativa e a scongiurare quella che sarebbe una catastrofe educativa senza precedenti. Molto ha fatto e fa il Ministro Bianchi come tutte le forze politiche. Lo diciamo ai nostri ragazzi? Diciamo loro che ci sono tanti adulti che sono scesi in campo per loro? Diamo loro queste informazioni affinché possano recuperare fiducia e speranza?

Per una serie di ragioni legate ai diversi passaggi storici, la scuola ha abdicato al suo ruolo educativo. Una logica conseguenza del relativismo: se non ci sono valori percepiti come assoluti, perché nove docenti, componenti lo stesso consiglio di classe, dovrebbero collaborare? Qualsiasi progetto, a maggior ragione nel campo educativo, nasce da una condivisione previa attorno a temi condivisi. Se questa manca, il docente della 1^ ora entra in classe e dice che è sbagliato sedersi sul banco, il docente della seconda ora entrerà in classe e si siederà sulla cattedra. Trionfo del relativismo tra i banchi di scuola. Al contrario, il relativismo è nemico di qualsiasi progetto educativo. Un progetto educativo che tale voglia essere realmente deve guardare alla globalità della persona umana. 

Il domani dell’umanità dipende da quello che i nostri giovani imparano da noi oggi. Per far sì che i nostri giovani imparino, occorre condividere dei valori, occorre creare i presupposti perché, indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno, si crei un humusculturale che possa diventare terreno prospero di idee e di valori talmente buonida essere ritenuti degni di essere trasmessi alle generazioni future. Questo deve diventare il pensiero forte. Un pensiero che dà ai nostri ragazzi quelle certezze che li aprono alla speranza. 

I nostri ragazzi si riscoprono così protagonisti di una Polisin cui il senso di responsabilità apre alla corresponsabilità e questa diviene presa in carico dell’altro. Non si vive e non si muore per se stessi. I nostri ragazzi hanno bisogno di infinito. La gioia è sempre conseguente all’apertura, alla convivialità, allo stare con gli altri.

Noi adulti, oggi, riusciamo a seminare nei nostri giovani questo seme di speranza? 

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