Liberarci delle scorie del passato

Guido Lenzi di 23 Novembre 2021

Sorprendenti, per certi versi paradossali, sono le critiche rivolte all’operato del Presidente Biden tanto in America quanto in Europa. Non si comprende bene se si tratti di espressioni di delusione sul suo comportamento o di esortazioni a fare di più e più in fretta.

Due influenti commentatori, quali Richard Haass, direttore dell’influente ‘Council on Foreign Relations’, e Anne-Marie Slaughter, già direttrice del Policy Planning con Obama, sottolineano le incongruenze che individuano nel Presidente americano, a livello interno e internazionale. 

Haass afferma che “gli Stati Uniti, pur avendo l’interesse vitale di preservare lo stato di salute del più ampio sistema globale, pretendono di ottenerne i benefici senza impegnarsi nel duro lavoro di gestirlo e mantenerlo”. Deducendone che “i fallimenti, reali o percepiti” del nuovo Presidente, piuttosto che nell’unilateralismo, si traducono in un neo-isolazionismo non diverso da quello del suo predecessore. Esortandolo pertanto a “coinvolgere” i suoi principali interlocutori esteri, a cominciare dalla Cina.

Nel chiedersi quale sia la ‘dottrina Biden’, la Slaughter lo esorta a “liberarsi dal modo di pensare del ventesimo secolo: dobbiamo sfidare le altre nazioni, indipendentemente dal fatto se siano o meno delle democrazie, delle autocrazie, o qualcosa di mezzo, di unirsi a noi … Dovrà trattarsi di risolvere i problemi in un rapporto centrato sulle popolazioni piuttosto che sugli Stati, … rifiutando l’idea che la rivalità fra Stati, essenza della geopolitica, abbia un suo valore intrinseco”.

Il problema consiste purtroppo nel fatto che l’Occidente a guida americana non può far a meno della rispondenza delle capitali, avversarie o amiche, alle quali si rivolge: nell’inconsistenza dell’Europa, inconcludente è stata la conversazione ‘in rete’ con Xi, inesistente rimane il rapporto con Putin. Non per mancanza di argomenti da affrontare in comune, bensì per la presunzione dei due interlocutori di poter trarre vantaggio dall’attuale stato di disordine e paralisi del sistema globale. Che lascia ampi spazi a personaggi del calibro del bielorusso Lukashenko o del nordcoreano Kim, insopportabili casi di ‘coda che dimena il cane’.

Una situazione che palesa la sopravvenuta mancata credibilità del rapporto transatlantico che ha retto le sorti del mondo in questo dopoguerra. L’incidenza delle sue componenti si è invertita: più che mai evidente è come l’America necessiti oggi dell’esplicita e operante solidarietà dell’Europa. 

Negli anni Cinquanta, un libro di Luigi Barzini si intitolava “Gli Americani sono soli al mondo”. Siamo apparentemente tornati al punto di partenza, nell’urgenza di riproporre i meriti della democrazia rispetto all’autocrazia. Il rispetto, a Pechino, a Mosca, come a Washington, a Bruxelles, non si può pretendere; lo si ottiene.

Nel 2005, la Turchia del primo Erdogan, assieme alla Spagna di Zapatero, si era fatta promotrice in ambito ONU di una “Alleanza delle Civiltà”. Dopo quanto, di segno diverso, è poi invece accaduto, Biden si trova costretto a rifugiarsi, entro l’anno, in un ‘Vertice per le democrazie’, che dovrebbe aggregarvi le sue diverse conformazioni. Sostanzialmente nell’intento di fornire elementi di rassicurazione e solidarietà a quanti non possano fronteggiare da soli un mondo anarchizzato dalle ostentazioni di potenza di alcuni.

Il poeta uruguayano Mario Benedetti diceva che “quando pensavamo di avere finalmente tutte le risposte, sono cambiate le domande”. Lo scorso settembre, il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha pubblicato una “Nostra Agenda Globale”, peraltro ignorata dagli organi di informazione, che indica le reali odierne esigenze essenziali dell’umanità: “sanità, vaccinazioni, acqua, alimentazione, educazione, un lavoro e un’abitazione decenti”. In sostanza quei diritti fondamentali, dalla fame e dal bisogno, che la recente esperienza ci ha detto dover essere prioritariamente tutelati. 

Se la globalizzazione dovrebbe averci insegnato qualcosa è che le sfere di influenza, le occupazioni territoriali, le stesse superpotenze hanno perso l’incidenza determinante che hanno avuto sulle sorti dell’umanità. Biden ci dice di esserne reso conto.

Invece, osserva l’ostinato multilateralista John Ikenberry, “Cina e Russia non sono pienamente integrati nel sistema liberale internazionale, delle cui condizioni pur beneficiano”. Quanto tempo ancora ci vorrà perché se ne rendano pienamente conto?

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