Tempi duri per la diplomazia

Guido Lenzi di 15 Novembre 2021

La diplomazia, arte della comprensione reciproca, opera specialmente nei periodi di crisi. Le attuali circostanze internazionali sono però caratterizzate da una serie di conflitti ‘ibridi’, inediti, che ne chiudono gli spazi. 

Mentre nella stessa Europa la Polonia e l’Ungheria si irrigidiscono, sostenendo di essere ‘quel che sono’, la Russia ci volta ostentatamente le spalle. “La cosa più importante che l’Occidente ha capito è che la Russia non cambierà: la Russia è quel che è”, afferma orgogliosamente Fiodor Lukyanov, autorevole consulente del Cremlino.

Della riunione di Roma sulla neutralità climatica, il Ministro degli esteri russo Lavrov, intervistato dal ‘Corriere della Sera’ commenta: “si tratta un’ambizione dell’Unione europea; anche altri Paesi hanno diritto ad avere ambizioni”. Dell’interruzione dei rapporti della Russia con la NATO, aggiunge: “desidera soltanto insegnarci a vivere, chiedendo ogni volta di riunire il Consiglio atlantico per discutere dell’Ucraina; ora la questione è chiusa”. 

In aperto sostegno dell’inverosimile comportamento della Bielorussia, che accoglie masse di migranti siriani e afghani per farli poi premere alla frontiera con la Polonia, come strumento per tentare di destabilizzare l’Europa, sempre Lavrov invita i paesi europei a “evitare doppi standard e usare un approccio comune: la crisi ha origini politiche, che NATO e UE hanno adottato per anni in Medioriente e in Africa” (sic!).

Il turco Erdogan, agli Ambasciatori (non quello italiano) intervenuti a favore di un suo cittadino incarcerato per reati d’opinione, dice: “devono capire la Turchia o andarsene; non dare ordini”. Dal lontano Estremo Oriente, il cinese Xi ammonisce: “non accetteremo mai le insopportabili arroganti lezioni somministrateci da questi maestri [occidentali]”.

Considerazioni tutte dalla formulazione contorta, che sbarrano la porta a qualsiasi prospettiva di dialogo. Rivolte palesemente, come ai tempi della propaganda ideologica sovietica, a far breccia in un’opinione pubblica occidentale distratta, demotivata, dopo aver sperato che, finita la Guerra fredda, le cose finissero col sistemarsi da sé.

Così non è stato, ma l’Europa tarda a rendersene conto, o non intende rinunciare al suo, rinunciatario, ottimismo della ragione. In un mondo in rapido disordinato cambiamento, dopo la Brexit, Francia e Inghilterra litigano sui rispettivi diritti di pesca, mentre altri si rifugiano in sovranismi difensivi. Eppure, per riassestarsi, il mondo non dovrebbe poter fare a meno dell’Europa, unico attore intrinsecamente multilaterale.

Ci rassegneremmo altrimenti a quel ‘conflitto di civiltà’, dalle implicazioni apertamente razziste, che Huntington evocò qualche anno fa. La mancata accettazione di regole di comportamento condivise, se non comuni, non può significare che negare l’esistenza di una comunità umana. Relegando la diplomazia fra i ferri vecchi, proprio nel momento in cui ve ne sarebbe maggior bisogno.

“L’Occidente è occidente e l’Oriente è oriente” diceva Kipling nella sua famosa ballata. Che si concludeva però contestandone l’assunto.

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