L’Europa nel G20

Guido Lenzi di 2 Novembre 2021

Nella difficile transizione in corso dei rapporti internazionali, sempre più evidente è l’assenza di una comune politica estera e di sicurezza europea, che non sia sempre e soltanto l’esitante reazione al comportamento altrui. 

Un astrarsi dell’Europa dalla pur anacronistica contesa fra gli autoproclamatisi grandi della Terra decreterebbe la sua estromissione delle equazioni internazionali in corso di ridefinizione. Il suo concorso parrebbe invece essenziale per ritrovare e riproporre la strada da percorrere assieme, un comune denominatore, sia pure nella diversità dei rispettivi interessi ed esigenze. Ne non altro per smentire chi sostiene che vi siano degli irriducibili conflitti di civiltà. 

Le sfide transnazionali che percorrono un mondo globalizzato, dal clima alla pandemia, dal terrorismo all’immigrazione di massa, alla fiscalità e finanza globale, così come le perduranti situazioni di crisi locali oggetto di separate consultazioni, dall’Afghanistan alla Libia all’Iran, sono la conseguenza, non la causa, della disfunzionalità di un sistema internazionale che va pertanto ricomposto.

L’eterogeneità del G20, appena manifestatosi nell’annuale Vertice sotto presidenza italiana, ne fa il più autentico spaccato della società internazionale. Dovrebbe pertanto costituire lo strumento più adatto per farci tornare tutti alla casella di partenza, ricomponendo dal basso, invece che tentare di imporle, le ragioni della Carta delle Nazioni Unite. Rivelatore in proposito è stato ancora una volta l’atteggiamento dei leader di Cina e Russia che, come in occasione della precedente riunione dedicata all’Afghanistan, si sono ostentatamente distanziati, astenendosi dal parteciparvi.

L’asse strategico mondiale si sia spostato dall’Europa e Mediterraneo alle immense distese marittime dell’Indo-Pacifico. Ma ciò non può esautorare il Vecchio continente: non si tratta di fargli prendere posizione in quel lontano, inedito, rinnovato confronto fra est e ovest, bensì di estrarre quella vasta, alquanto diversificata regione dalla sua prolungata emarginazione dalla conduzione delle questioni mondiali. 

Il codice genetico dell’Unione dovrebbe distinguerla presso le nazioni del Sudest asiatico, l’India, i latino-americani rivieraschi, come interlocutore non intrusivo, promotore di un loro denominatore politico, non necessariamente istituzionalizzato, che contribuisca a livellare quel campo di gioco piuttosto che abbandonarlo ai riemersi equilibri di potenza. Nell’affermazione del multilateralismo che è nel codice genetico dell’Unione.

Aprendo spazi nell’ostruzionismo della Russia e nell‘antagonismo sistemico’ di una Cina che, oltre a soffocare le sue antiche diversità etniche e sociali dallo Xinjiang a Hong Kong, si proietta minacciosamente nei mari circostanti e verso Taiwan, e si infiltra nelle organizzazioni internazionali per orientarne l’operato. 

Per poter meglio ‘agire localmente’, ha più volte sostenuto l’Unione, bisogna ‘pensare globale’. Un impegno che Borrell, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, si appresta a precisare in quel che ha definito la ‘bussola’ dell’autonomia che l’Europa rivendica. Che serva ad affiancarla al ritrovato impegno americano, senza divenirne succube. Conferendogli una propria specifica collocazione strategica che le restituirebbe il ruolo di attore geopolitico essenziale che non può non competerle.

Per l’Italia ne consegue che, piuttosto che illudersi di poter raccogliere, con Draghi, il testimone lasciato dalla Merkel, si tratta semmai di trovare nelle esortazioni di Macron il riferimento perché l’Europa torni a ‘pensare in grande’. Che è appunto quanto il ripetutamente annunciato ‘trattato del Quirinale’ fra le due ‘sorelle latine’, da affiancare a quelli dell’Eliseo e di Aquisgrana fra Francia e Germania, si propone di consacrare. 

(Sorprende che un ex diplomatico di lungo corso, influente commentatore di politica estera, continui invece ad argomentare che il nostro continente dovrebbe rifugiarsi nella neutralità).

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