La ‘società delle nazioni’ nell’Indo-pacifico

Guido Lenzi di 19 Ottobre 2021

In un mondo globalizzato, liberatosi dalle ideologie preconcette imperanti nel confronto bipolare, sempre più evidente è diventata la fragilità del tessuto dei rapporti nazionali e internazionali, lacerato fra gli opposti estremi del populismo (da noi) e dell’autoritarismo (altrove).

Un ‘liberi tutti’ che impedisce la ricomposizione di quel rinnovato ‘contratto sociale’ adatto ai tempi. Che possa soddisfare i diritti fondamentali di ‘libertà dalla paura e dal bisogno’, di sicurezza e prosperità personale che, sia pur diversamente, accomunano l’umanità.

L’esito del Vertice straordinario del G20, che l’Italia ha dedicato alla situazione in Afghanistan, dovrebbe considerarsi indicativo del modo in cui affrontare le tante traversie che affliggono la società delle nazioni (sempre che se ne ammetta l’esistenza). Nell’emersione, se non ancora di un impegno comune, quanto meno di un senso di direzione condiviso.

Distinguendo l’urgenza di provvedere alle necessità della popolazione afghana dal prematuro riconoscimento del loro governo provvisorio, il G20 ha affidato alle Nazioni unite, alle sue agenzie specializzate e alle Istituzioni finanziarie internazionali, il compito di stabilire le modalità di diretta distribuzione delle somme messe a disposizione.

Il che dovrebbe aver contribuito a restituire dignità e funzionalità allo strumento multilaterale. Se non fosse che la mancata partecipazione ad adeguato livello di Russia e Cina alla consultazione a Venti, e la loro aperta dissociazione dalle sue conclusioni, hanno confermato il perdurante proposito di trarre beneficio dall’attuale disordine mondiale.

Ci si chiede come l’Unione europea possa atteggiarsi in un confronto strategico che, dal teatro europeo e mediterraneo, va spostandosi nel lontano Indo-pacifico, in termini di potere ed influenza oltre che di reciproco contenimento e ostruzione. Trascurando che le nazioni che si affacciano su quell’immenso ‘Oceano mare’ hanno urgente bisogno di liberarsi dal dilemma fra i vantaggi economici offerti dalla Cina e la garanzia di sicurezza americana.

Evitando accuratamente di confondersi con gli Stati Uniti nel lasciarsi risucchiare nella loro scia (uscita dall’Afghanistan, la NATO ha ben altro da fare), è in quell’area che l’Unione europea dovrà dar prova della sua vantata ‘autonomia strategica’. Dedicandosi ad incoraggiare e assistere quelle nazioni a sviluppare analoghi rapporti di collaborazione, politici oltre che economici.

Una situazione che non è d’altronde dissimile da quella nel nostro stesso più immediato vicinato, in Ucraina, nei Balcani, in Siria, in Libano, in Libia. Circostanze tutte delle quali non possiamo disinteressarci in uno sbandierato, indifferente rispetto delle diversità, che confermerebbe piuttosto l’esistenza del tanto denigrato conflitto di civiltà.

In un implicito rigurgito di razzismo e nell‘abbandono di quell’anelito verso un ‘mondo unito’, nelle sue esigenze ed intenzioni, che ci accompagna dai tempi dell’Illuminismo.

Una disintegrazione alla quale non possiamo rassegnarci, accettando il ritorno alla geopolitica, agli equilibri di potenza. Nei quali l’Italia ha tutto da perdere.

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