Senza la Merkel

Guido Lenzi di 4 Ottobre 2021

Era successo anche a Churchill, al termine di una guerra della quale era stato l’eroe. In Germania, dopo anni di ‘Grosse Coalition’, il partito della persona che per sedici anni ha retto la barra del fragile vascello europeo fra i tanti marosi di questi tempi, è stato sconfitto. Lo stesso impianto partitico tedesco si è disintegrato.

Un esito elettorale che ha confermato la mutazione degli assetti di politica interna in tutte le democrazie occidentali. Con la disgregazione dei partiti tradizionali, di ‘destra’ e di ‘sinistra’, con l’emersione di movimenti d’opinione deideologizzati, sommariamente detti populisti, di diffuse, generiche aspirazioni non ancora adeguatamente definite. In una ancor confusa corsa al centro.

In Germania, come già avvenuto in Francia e da noi, saranno le formazioni politiche minori, i Verdi e i Liberali, a determinare il futuro governo di una nazione che ha rappresentato e continuerà a rappresentare il perno della politica europea. All’insegna, rassicurano tutti, della continuità e del compromesso reciproco. E della vocazione europeista che, a parole, tutti accomuna.

Nell’interesse stesso di una nazione ancora alla ricerca di se stessa, per la diversità delle componenti del suo assetto federale acuita dalla persistente necessità di riassorbire i Laender orientali, rispetto a responsabilità, europee e internazionali, che sa di dover ormai affrontare con maggior decisione. 

Nei dibattiti pre-elettorali, nonostante le tante sollecitazioni esterne, le questioni di  politica estera sono state infatti accuratamente evitate, in una nazione che rimarrà prudente, riluttante, diversamente dalla Francia, ad attestarsi al proscenio della politica europea e internazionale.

Si deve pertanto presumere che, per la Germania come per noi, l’Unione costituisca il collante esterno, l’indispensabile punto di riferimento per la sua collocazione internazionale. Una condizione che conferma, non il vagheggiato ruolo-guida di Macron o Draghi sostitutivo della Merkel, bensì l’utilità di un rapporto più organico fra Germania, Francia e Italia.

Nell’interesse nazionale di ognuna e della visibilità, credibilità e influenza dell’intera Europa nel mondo.

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