Quando il gioco si fa duro…

Guido Lenzi di 27 Settembre 2021

Dopo il prolungato confuso periodo del suo predecessore, Biden non ha perso tempo nel riposizionare l’America. Cogliendo di sorpresa al contempo i suoi antagonisti ed i suoi stessi alleati.

Da tempo, anche se diversamente con Obama e con Trump, Washington aveva espresso l’intenzione di concentrare le sue attenzioni sull’Indo-pacifico, oggetto dell’espansionismo e delle intimidazioni della Cina nei Mari a lei contigui, a Hong Kong, verso Taiwan. L’accordo per la fornitura all’Australia di sottomarini a propulsione nucleare piò considerarsi una riesumazione aggiornata di quella ‘anglosfera’ che Churchill considerava l’essenziale forza trainante dell’Occidente.

Ognuno dei tre contraenti conta di trarne beneficio: l’Australia, che ha ritenuto di non poter continuare a barcamenarsi fra la protezione strategica americana e il lucroso commercio con la Cina; il Regno Unito che, avendo rotto gli ormeggi con l’Europa per proiettarsi verso una ‘global Britain’, non può prescindere dalla ripresa del ‘rapporto speciale’ con gli Stati Uniti; l’America, infine, che si presenta in quel vasto ed eterogeneo Oceano affiancata da altri importanti partner oltre al Giappone, alla Corea del Sud (all’India?). 

I legami fra i principali attori nell’area si erano andati intensificando da tempo. Alla collaborazione delle intelligence (‘Five eyes’) fra i paesi di tradizione anglosassone del Nordamerica e Pacifico, a quella di più generico scambio di informazioni (‘Quad’) fra Stati Uniti, Australia, Giappone e India, si è quindi ora aggiunta la ‘AUKUS’, militarmente più operativa. Alla quale potrà ora collegarsi anche quel partenariato commerciale transpacifico (TPP) che Trump aveva abbandonato alla Cina.

Un rimescolamento delle carte il cui mero annuncio può avere un effetto deterrente sull’espansionismo cinese, ad indiretto vantaggio degli altri paesi dell’area, dall’India al Vietnam, da tempo alle prese con la pre-potenza, militare oltre che economica, della Cina.

La frustrazione francese, per quanto comprensibile sul piano commerciale, non può reggere sul piano tecnologico, tanto meno su quello strategico. Per quanto, al pari della Gran Bretagna, membro permanente europeo del Consiglio di Sicurezza, dai tempi di De Gaulle fino a Chirac in occasione dell’intervento in Irak, Parigi ha sempre ostentato la volontà di fare ‘cavalier seul’. Un atteggiamento che di questi tempi non può più presentare se non come capofila dell’Unione europea nelle questioni di difesa e sicurezza.

Anche se l’Alleanza rimane la colonna vertebrale politica del rapporto transatlantico, non si vede perché si dovrebbero temere ripercussioni sulla NATO che con il Pacifico nulla ha a che vedere. Bisognerebbe semmai dedurne che Parigi ha bisogno dell’Europa (e della Gran Bretagna) per sostenere le sue legittime aspirazioni internazionali, tanto quanto l’Europa necessita della Francia per far valere in modo più convincente le sue carte in America e nel mondo. Un traguardo del quale l’Italia e la Germania dovrebbero rendersi compartecipi.

Le esigenze strategiche sono tornate a prevalere sulle convenienze economiche. Gli affari sono affari, e ad essi ci siamo a lungo aggrappati, nella presunzione che la sicurezza globale vi si commisurasse. Ma le cose non sono andate per il verso giusto. La reazione indignata di Pechino, spalleggiata a Mosca, dimostra che la mossa di Biden, rivolta a stabilire un cordone di sicurezza, è andata a segno.

Ragione di più per ritenere che le rimostranze degli alleati europei, in ambito NATO o UE, per quanto comprensibili, non lasceranno il segno. Dovrebbero piuttosto servire per prendere più precisa coscienza di se stessi.

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