Quella domanda scomoda

sr Anna Monia Alfieri di 20 Settembre 2021

Le notizie alla tv, i titoli sui giornali rispondono ad una necessaria logica di mercato: vendita delle copie e percentuale di share. Se va bene, si va avanti, altrimenti si chiude. È una dinamica nota e scontata, ne sono consapevole. Ogni tanto, però, vale la pena richiamarla.

Eppure, il covid ci ha cambiato e non piace e non premia più la politica urlata, il linguaggio scurrile, le immagini che feriscono la sensibilità collettiva, la tv trash, i talk show a mo’ di pollaio. I cittadini desiderano una informazione dai toni rispettosi, costruita sui contenuti, non su sterili polemiche costruite ad hoc. Prova ne sia il successo di Morning News, condotto dalla giornalista Simona Branchetti. Lungo i mesi estivi gli ascoltatori hanno potuto godere di una informazione libera, fondata sul confronto delle differenti posizioni.

La carta vincente è stata la capacità elegante e ferma della conduttrice di prevenire e spegnere immediatamente ogni scontro verbale che impedisce a chi è a casa di capire. Una conferma del fatto che siamo in una nuova era: ci si prepara quando si parla al pubblico, è necessario essere sempre presenti a se stessi, perché si influenza la società e si creano opinioni.  Insomma, la tv, la stampa sono strumenti di una libertà che va custodita: se, da una parte, influenzano la società, dall’altra ne sono il prodotto. E la società di oggi è fatta di gente che pensa, che si interroga, che rifiuta gli slogan e le vane strumentalizzazioni. Non c’è più spazio per l’idiozia culturale e il silenzio che legittima la follia.

Ecco perché penso spesso a voi, cari giovani, e avverto il dovere di darvi gli strumenti per orientarvi. Abbiate il coraggio di prendervi il tempo per scavare nella notizia, scendere in profondità per non essere canne sbattute dal vento del buonismo, del paternalismo di chi si dice contrario alla violenza, alla discriminazione, alla povertà ma lo afferma con una violenza non minore. A tale riguardo, voglio condividere qualche semplice riflessione a partire dalla notizia nella quale mi sono imbattuta ieri, mentre mi trovavo in treno: “Una bufera social contro la giornalista Barbara Palombelli dopo le sue dichiarazioni sul femminicidio e diventa un caso politico.”

Se addirittura la giornalista Palombelli, un simbolo di giornalismo serio, sempre schierata verso i fragili senza il mantello del buonismo, legittima il femminicidio è la fine. Così ho pensato, di primo acchito. Davvero è tutto finito: abbiamo smontato la magistratura libera e indipendente. Del resto, il magistrato Palamara ha denunciato un sistema colluso di cui ha fatto pienamente parte: la cosa più logica che ne dovrebbe seguire sarebbe: a) una querela per diffamazione dai colleghi che prendono le distanze da simili dichiarazioni, b) una maxi-indagine per verificare la veridicità di quel sistema colluso, per ristabilire l’ordine e restituire così la dignità ai tanti magistrati che servono lo Stato ma non si lasciano corrompere. Il mondo si è capovolto: Borsellino e Falcone che hanno fatto parte del sistema, ma collusi non erano, oggi assisterebbero all’inerzia di un sistema colluso, documentato con nomi e cognomi, tanto da diventare un best seller. In realtà il meccanismo è ben più sofisticato: legittimare la collusione con l’impunità, sdoganarla per poi renderla normalità. 

Si comprende, dunque, come è necessario analizzare ogni notizia, individuare il problema e proporre la soluzione. Per fare questo, occorre conoscere, cercare di capire che cosa l’altro ha detto, inserirlo in un contesto. Occorre darsi un metodo.

Nel caso di specie: proviamo a capire cosa ha detto la dott.ssa Palombelli.

Premetto che non la conosco personalmente: l’ho incontrata due volte in uno studio televisivo, un saluto veloce e nulla più.  Osservandola parlare con i colleghi, mi ha dato la sensazione di essere una donna colta, determinata, impegnata nel sociale ma senza sfoderare medaglie di benefattrice. 

Orbene, siamo in uno studio televisivo, il programma è Forum: per quanto i contendenti siano degli attori, è chiaro che le controversie sono vere, il giudice è titolato e le sentenze sono in punta di diritto. Quindi siamo in un’aula di tribunale e non dobbiamo mai dimenticare che in Italia sino al terzo grado di giudizio vige la presunzione di innocenza. La dott.ssa Palombelli si trovava ad occuparsi di una sentenza che obbligava a porsi delle domande ma, ahimè, domande scomode. Riporto testualmente le sue parole: “Come sapete, negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti, sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. A volte è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda, dobbiamo farcela per forza, perché in questa sede, in un tribunale, dobbiamo esaminare tutte le ipotesi”.  Figurarsi, fuoco alle polveri…!Io per prima sospendo il giudizio sulle reazioni che reputo legittime e degne di rispetto: donne violentate, avvocati, associazioni, preti, suore, laici, una schiera di eroi che quotidianamente danno la vita per strappare le donne alla violenza forse si sono sentiti traditi proprio da lei, l’emblema del giornalismo serio.E questo credo sia positivo, una conferma del fatto che le persone oggi vedono nei personaggi pubblici (dai politici ai conduttori, dai giornalisti agli artisti) dei punti di riferimento e sanno discernere chi alla forma unisce la sostanza.

Le parole, però, vanno inserite nel loro contesto e, soprattutto, è giusto porsi delle domande, specialmente quelle scomode. La domanda della signora Palombelli è, infatti, molto scomoda ma assolutamente necessaria, perché è una domanda che molti uomini e molte donne hanno nel cuore e nella testa e non la dichiarano. Il non detto è terribile, perché legittima le atrocità più gravi. Non credo affatto che la signora Palombelli giustifichi il femminicidio: anzi, con la sua riflessione ha permesso a tutti quanti di fare un passo avanti, ha sollevato il tappeto e ha reso evidente quella polvere perché sia spazzata per sempre. 

Allora la domanda provocatoria che ho colto e intorno alla quale vorrei tanto si aprisse un confronto serio è: “Ancora oggi c’è chi pensa che mettersi una minigonna legittima una violenza, ancora oggi c’è chi pensa che l’aggressività degli uomini derivi dal comportamento esasperante della donna?”. Pensieri diffusi, non dichiarati ma che il nostro silenzio legittima. Mi sento, quindi, di ringraziare la signora Palombelli per aver avuto il coraggio di infrangere il politicamente corretto e farci misurare con una domanda così scomoda alla quale dobbiamo rispondere, non con sdegno, rabbia o violenza ma con un No deciso: la violenza non è mai giustificata. Affinché questo No divenga una realtà, dobbiamo lavorare sull’educazione dei nostri ragazzi, un rispetto che si conquista sui banchi di scuola ma si apprende anche dalle reazioni social di noi adulti. 

Pensiamo a Lucia Annibali. Per caso mi sono imbattuta nel 2016 nella sua storia, ho seguito le sentenze, i suoi interventi. E di questa donna che ho avuto l’onore di incontrare per pochi minuti mi ha colpita la bellezza. Una bellezza esteriore che rimanda ad una bellezza interiore, una giovane donna che ha fatto i conti con la vita. La ricostruzione della vicenda di Lucia Annibali mi aveva lasciato un senso di profondo dispiacere: fra le righe emergeva il dubbio che l’aggressore non avesse retto alla pressione che si era creata dalla situazione, una sorta, quindi, di giustificazione dei fatti violenti. In fondo è quella domanda scomoda che, in modo molto più costruttivo, la Palombelli ha lanciato. Come sempre i comportamenti dei singoli fanno la differenza. Lucia, vittima, non ha sollevato una bufera, non ha fatto la vittima, ha capito che in quel momento Lei era un personaggio suo malgrado divenuto pubblico e che poteva dire alle donne: “Si, è vero, mi sono imbattuta in un amore sbagliato ma questo non legittima nessuno a deturparmi il volto con l’acido”. E Lucia ha vinto perché ha saputo rispondere a domande scomodissime con risposte vere che raccontano di una donna che ha saputo fare i conti con la propria realtà.

Allora, la verità qual è? Eccola: dobbiamo essere grati alla dott.ssa Palombelli per aver sollevato domande scomode, certamente, ma che hanno consentito a tutti di affermare, con una rinnovata consapevolezza, il proprio NOa qualsiasi forma di violenza. 

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