Il ruggito del topo

Guido Lenzi di 13 Settembre 2021

La caduta di Kabul ci ha portato finalmente a riflettere sullo stato del mondo. E sulle possibilità esistenti di ristabilire, se non un ordine mondiale, un qualche ordinamento dei rapporti fra gli Stati. Nonché sul contributo che l’Europa è chiamata a darvi.

La sfida al ‘mondo libero’, il suo collante, sono passati dall’internazionale comunista all’internazionale terrorista. In ambedue i casi, si è trattato e si tratta di una sfida fra due estremi. L’uno, quello occidentale, post-moderno, aperto, inclusivo, e pertanto vulnerabile. L’altro, prima russo ora islamico, pre- moderno, esclusivo, intransigente; ignaro dei valori, troppo ambiziosi forse ma cosmopoliti, dell’umanesimo. Un antagonista non più precisamente identificabile, come ai tempi della guerra fredda; diventato invece pervasivo, intrusivo, spostandosi dal fronte alle retrovie.

Il primo si batte oggi il petto, accusandosi di incompetenza, arroganza, declino. Il secondo festeggia, ma si barrica per non dover tenere il passo con i tempi. La sicurezza ha cambiato i suoi connotati, ma non le reazioni istintive che suscita. In un apparente ritorno al ‘homo homini lupus’, alla geopolitica, alle prove di forza che la caduta del Muro avrebbe invece dovuto dissipare. 

Disorientati, ci troviamo in presenza non più di una contesa fra ‘grandi’, bensì di un pulviscolo di crisi che soltanto una sicurezza collaborativa può affrontare. Una situazione in cui le specifiche caratteristiche dell’Unione europea dovrebbero poter meglio emergere e farsi valere. Inopportuna appare però la reiterata, generica invocazione di un esercito europeo che, contrario al codice genetico e alla struttura dell’Unione, rischia di presentarsi come il ruggito del topo. La disponibilità di un pur limitata capacità militare comune potrebbe però conferire all’Europa la dignità per presentarsi alla tavola dei ‘grandi’ con carte diverse ma complementari alle loro. 

Il Manifesto di Ventotene aveva idealmente esortato a “costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali”. Il fallimento della CED aveva messo una pietra sopra all’ambizione di un’integrazione politica e, conseguentemente, militare. Nel 1998, a Saint-Malo, Blair e Chirac, prima di schierarsi su fronti opposti sulla questione irachena, avevano deciso di unire le marine militari inglesi e francesi. Un’intesa fra due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che non si è poi mai concretata, ma che la Brexit non ha necessariamente vanificato.

Il progetto di uno strumento militare europeo a chiamata rapida era poi stato registrato nel 1999, al Consiglio europeo di Helsinki. Alcune operazioni comuni sono state effettuate, contro i pirati al largo della Somalia , in Mali in appoggio alla Francia. L’Alto Rappresentante per la politica estera europea, Borrell, risolleva oggi la questione, etichettandola prudentemente come ‘forza di pronto intervento’ (Initial Entry Force). Annunciando la prossima presentazione di una ‘bussola strategica’ dell’Unione che, precisando l’esistente ‘Strategia di Sicurezza europea’, dovrebbe meglio articolare la politica estera comune, premessa necessaria di ogni pur limitata capacità militare.

Non di un esercito comune europeo, da affiancare o contrapporre a quello dei ‘grandi’, si potrà comunque trattare, quanto di uno strumento limitato a puntuali situazioni di emergenza, messo a disposizione dagli Stati che abbiano aderito alle ‘cooperazioni strutturate rafforzate’ previste dal Trattato di Lisbona. Tenendo presente che, a fragilizzare il sistema dei rapporti internazionali, sono le omissioni di tanti piuttosto che le azioni ostili di pochi. Che è alla mancata assunzione delle responsabilità altrui che dobbiamo attribuire l’unilateralismo che abbiamo imputato all’America. 

Una migliore distribuzione dei compiti nel rapporto transatlantico consentirà all’Europa di meglio svolgere la sua funzione, essenzialmente esortativa, normativa a più ampio spettro. Lasciando all’America quella dissuasiva, anche se non più assertiva, nei confronti dei comportamenti intimidatori di Cina e Russia che non dispongono però di alleati, né paiono poter fungere da poli di aggregazione. Le cui manovre militari vengono svolte dichiaratamente per “dimostrare la determinazione e l’abilità della Russia e della Cina nel combattere il terrorismo e proteggere insieme la pace e la stabilità regionali”.

Nobili propositi che l’Occidente dovrebbe mettere alla prova. Impegnandosi non nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine e somiglianza, bensì piuttosto nel contrapporsi al dilagare della disinformazione, in un palcoscenico diventato troppo affollato, cacofonico.

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