Immaginare il futuro

Guido Lenzi di 30 Agosto 2021

L’uscita americana dall’Afghanistan, per quanto ingloriosa, non può considerarsi umiliante, come all’unisono vanno invece dicendo un Occidente disorientato e i suoi detrattori. Bisogna piuttosto immaginare un futuro privo della nazione che per questo intero dopoguerra si è proposta come perno dei rapporti internazionali.

L’imponente ponte aereo ha confermato i principi umanitari che ispirano il mondo euro-americano. L’estrazione delle persone ‘contaminate’ dal contatto con il mondo esterno ha corrisposto all’interesse dei talebani di liberarsi di ogni corpo estraneo, ma è servito ad appagare la nostra coscienza. L’attentato terroristico all’aeroporto si è però subito incaricato di evidenziare la persistenza del problema di fondo, che sarà ora l’intera comunità internazionale a dover affrontare.

Gli antagonisti dell’Occidente interpretano strumentalmente il suo disorientamento come perdita di convinzione, e pertanto di credibilità internazionale. Eppure non di sconfitta dell’America si può parlare, quanto semmai di delusione per l’ennesimo fallimento di un’intenzione; né di mortificazione della NATO, spina dorsale del rapporto euro-americano, proiettatasi oltre la sua area di competenza istituzionale; tanto meno di umiliazione dell’Unione europea, i cui principi non possono certo dirsi scalfiti. 

Il ritiro americano non può essere accostato a quello in Vietnam, né al controverso intervento in Irak, attribuibile com’è invece alla mancata stabilizzazione di una regione gravemente lesionata dallo sconsiderato intervento russo che accelerò la disgregazione dell’URSS. Dobbiamo quindi sperare che quell’esperienza ammonisca Mosca (e Pechino) dal ricorrere ad altri avventurismi indotti dal passo indietro di Washington.

Dobbiamo augurarci, in altre parole, che i futuri sviluppi non smentiscano l’esistenza di quella comunità degli Stati che la globalizzazione dei rapporti internazionali continua a sollecitare. Che la frustrazione per la situazione in Afghanistan, cioè, generi finalmente quella catarsi che la fine della Guerra fredda ha tardato ad innescare. 

Vi è da sperare che non si passi da un estremo all’altro: dalla sovraesposizione americana che ha finito col deresponsabilizzare gli altri, Europa compresa, al disinteresse occidentale che la chiusura delle sedi diplomatiche testimonierebbe. (Per inciso, il comportamento del nostro Console Tommaso Claudi, alla sua prima missione all’estero, merita il deferente riconoscimento: altro che le medaglie d’oro olimpiche!). 

Nell’immediato, gli Stati confinanti si muovono per ora in ordine sparso, nel tentativo di assicurarsi qualche brandello di influenza, facendo buon viso al cattivo gioco dei ‘sanculotti’ talebani, invece di dissuaderne le intemperanze. Un atteggiamento dal quale la stessa Europa non è immune.

Se da Bruxelles arrivano generici ammonimenti frammisti ad appelli al dialogo e alla moderazione, a casa nostra fioccano le elucubrazioni astratte, nella nostra perdurante ossessione di uno ‘tsunami’ immigratorio. 

Di maggior rilevanza sarà il comportamento degli altri. Piuttosto che il G7 fra occidentali, il rivelatore dell’atteggiamento della più vasta gamma di attori internazionali, emergenti o aspiranti superpotenze di ritorno, sarà la prevista riunione di emergenza del G20, sotto presidenza italiana. Con le Nazioni Unite come auspicabile comune destinazione finale. 

È infatti nel ricorso ad un’opera diplomatica più accurata che andrà ora evitato che l’Afghanistan si risolva nella delimitazione di sfere di influenza esclusive, che frazionerebbero i rapporti internazionali in un multipolarismo all’opposto del multilateralismo palesemente più che mai necessario.

Sempre immaginando il futuro, dobbiamo augurarci che, dall’Afghanistan, l’horror vacui serva da monito in altre precarie situazioni strategiche, dal Medioriente alla stessa Europa. 

Specie in Libia, Stato altrettanto evanescente alle porte di casa nostra.

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