Di docenti e vaccini. E di capri espiatori

Tonino Ceravolo di 4 Agosto 2021

Risolta con l’obbligo o con la “raccomandazione persuasiva” la questione della vaccinazione dei docenti ancora non immunizzati è diventata, in queste ultime settimane, quasi argomento principe dell’informazione giornalistica e delle superstiti trasmissioni televisive di approfondimento, come se su questo (e quasi solo su questo) si stesse giocando la riapertura in presenza delle scuole a settembre. Se ne ha, tra i tanti possibili, un esempio anche nell’ultimo numero dell’Espresso (n. 32 dell’1 agosto 2021) nello scambio epistolare tra un lettore e Stefania Rossini in cui gli scriventi assumono, senza neppure farsi sfiorare dal dubbio e in assenza di qualsiasi evidenza empirica, che 200 mila docenti abbiano “scelto” di non vaccinarsi, con il seguito di poco eleganti contumelie nei confronti dei reprobi (“trasgressioni demenziali” le definisce Rossini, invocando “maniere forti”). 

Eppure, basterebbe praticare moderatamente la scepsi per accorgersi che le cose non si pongono esattamente in tale maniera e che occuparsi di scuola è un po’ più complicato dell’individuazione giornalistica di qualche facile capro espiatorio di turno, da additare alla pubblica riprovazione.

E sembra incredibile che in tutta questa vicenda stiano sfuggendo alcuni elementi essenziali della storia (per quanto puntualmente richiamati da chi di scuola qualcosa capisce, come nel caso del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi e delle vituperate organizzazioni sindacali). Il primissimo dei quali dovrebbe tener conto della circostanza notissima che al personale scolastico, ai tempi dell’avvio delle vaccinazioni, venne riservato in via esclusiva il vaccino Astrazeneca e che la successiva sospensione dell’inoculazione di tale siero per gli under 60 (tra cui, prevedibilmente, numerosi docenti) qualche conseguenza deve averla prodotta sull’efficacia della campagna vaccinale. Ancor più perché a questa sospensione c’è da aggiungere il “combinato disposto” della decisione (non imputabile alle presunte schiere di docenti no vax) di non prevedere più le “categorie prioritarie” per il prosieguo della vaccinazione, con il duplice effetto che i docenti da “prioritari” sono stati posti da quel momento al pari di tutti gli altri (subendo i ritardi di quelle Regioni dove la campagna ancora arranca) e che molti tra essi pur essendosi vaccinati non risultano, tuttavia, averlo fatto in quanto docenti. Sono farmacologicamente immunizzati, ma non è possibile associarli a una categoria professionale, tanto che il numero di 200 mila docenti senza vaccino, pur assunto come indiscutibile dato, sembra da considerarsi, quasi certamente, sovrastimato.

Ci sarebbero, poi, alcune altre questioni, a proposito di riapertura settembrina, evidentemente di poco conto, se così rapidamente sono state occultate nel discorso pubblico dal più comodo paravento dei docenti ancora non immuni: areazione delle aule (naturale? meccanica? con quali risorse?), maggiori spazi per la didattica in presenza (dove? con quali risorse?), maggior numero di docenti per garantire un minor numero di alunni per classe (come? con quali risorse?), ancora e sempre una più efficiente e consistente rete di trasporto locale per gli studenti (come? con quali risorse?).   

E allora, buona, giusta e indispensabile cosa la vaccinazione dei docenti (e pure quella degli alunni, per quelle fasce anagrafiche per le quali le indicazioni scientifiche la permettono), ma, insomma, come si dice comunemente, ci sarebbe pure ben altro su cui intavolare un bel dibattito (e il “benaltrismo” questa volta è da ritenersi del tutto appropriato). 

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