FOCUS / PNRR e scuola

sr Anna Monia Alfieri di 9 Luglio 2021

In un interessante confronto del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi con Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Corriere, si parla con chiarezza di scuola. La pandemia ci ha aiutati a riscoprire quel senso di responsabilità di una parola chiara che non inganna e non ruba la speranza, perché solo uno sguardo attento della realtà è l’unico mezzo per trovare una soluzione.

La chiave di volta è nel seguente passaggio: «Stiamo facendo un’attentissima analisi delle nostre scuole paritarie. Abbiamo scuole paritarie di proprietà pubblica: per esempio in Emilia-Romagna le scuole dell’infanzia gestite dai Comuni sono state oggetto di grande sperimentazione didattica. Poi abbiamo le scuole religiose, che sono presenti in aree difficili, come quelle della formazione professionale. E anche scuole religiose che invece hanno un carattere esclusivo, ed escludente. E poi il nuovo fenomeno delle scuole “internazionali”, di cui vorrei verificare, e verificheremo, i contenuti».

Il discorso del Ministro Bianchi racconta tout court una realtà che ha varie sfaccettature. 

Una prima considerazione di metodo: la classe politica è ormai tenuta ad un approccio alla realtà veritiero, che deve considerare la scuola pubblica statale, diffusa ampiamente sul territorio, ma non sempre accessibile a tutti, come si è rilevato nel corso del passato anno scolastico, e la scuola pubblica paritaria, quella seria e controllata dallo Stato, che non vorrebbe escludere nessuno, anche a costo della propria sopravvivenza. 

In questo contesto privo di sano equilibrio si intrecciano le rivendicazioni, le lamentele dei docenti da decenni precari, quelle dei genitori degli allievi disabili che non hanno il docente, il desiderio legittimo e costituzionale dei genitori che desiderano per i figli una scuola pubblica paritaria, con le angosce di chi si è sentito dire “tu che sei povero, devi accontentarti della scuola statale”; sullo sfondo, l’ombra del dossier Ocse-Pisa che – ancora nel settembre 2019 – restituiva l’immagine di un sistema scolastico di scarsa qualità, perché ingiusto e non rispondente ai criteri europei di una sana scelta educativa della famiglia in un contesto di concorrenza nell’ambito di scuole pubbliche gestite o meno dallo Stato.

Indubbiamente, in Italia la situazione è complessa e non priva di contraddizioni sia nell’ambito delle pubbliche paritarie, che delle pubbliche statali, dato per scontato che di servizio pubblico, cioè per tutti, si tratta. Diversamente si avrebbe il regime.

I giovani docenti delle scuole paritariesi percepiscono “di serie B” riguardo all’accesso ai titoli abilitanti; molti altri, per contro, vincitori di concorso pubblico, hanno rinunciato alla cattedra statale per restare con soddisfazione nelle paritarie serie e di eccellenza; accanto a queste ultime, una minoranza di paritarie (ma anche una sola sarebbe troppo), prive del dovuto controllo dello Stato, delinquono attraverso il rilascio di titoli fraudolenti.

Sul fronte delle statali, dirigenti e docenti lamentano, i primi, la carenza di organico e di fondi e, i secondi, anni di precariato a tempo determinato. È reale, rispetto alla mancanza di fondi, il costo di 8.500/10 mila euro annui di un allievo della scuola statale, senza calcolare le “offerte obbligatorie” di diverse centinaia di euro richieste ai genitori delle stesse pubbliche statali, forse sempre meno disposti ad accettare carenze abissali nella qualità delle strutture e – peggio – dell’insegnamento. L’abbondanza dei PON per milioni di euro non è sempre indice di qualità di ciò che viene richiesto “di base” alla scuola. 

Lo scontento genera l’imperativo di tagliare i fondi alle pubbliche paritarie (“Se le paghi chi le vuole”). Ma a queste ultime, con 4.000/5.000 euro di retta annui in media, pagati dalle famiglie oltre alle tasse, sono destinati 500 euro all’anno per allievo, il che le rende i primi finanziatori dello Stato Italiano.

Occorre urgentemente una scuola statale autonoma di fatto e una scuola paritaria libera e aperta per davvero a tutti. Il post covid sta evidenziando la realtà senza veli e senza filtri e certe riforme passano dal consenso di chi non ha affatto voglia di compierle. Sono necessarie responsabilità e umiltà per salvare il pluralismo educativo ormai scomparso nel Sud Italia, dove centinaia di scuole paritarie serie, con rette accessibili, ma pur sempre elevate per i poveri, hanno chiuso per sempre. Questo dicono i numeri. E non è una vittoria della scuola pubblica statale. Anzi, neppure è un vanto per le pubbliche paritarie che al Nord resistono, e con onore e successo, per l’eccellenza e la serietà del corpo docente, oltre che per gli spazi ampi e curati, e per la pubblicità dei bilanci e delle rendicontazioni.

L’Italia è divisa in due

Il pluralismo educativo è stato salvato nel Nord ed è morto nel Centro e nel Sud. Sotto la scure dell’ideologia e della crisi hanno arretrato proprio le scuole paritarie delle periferie. Al Nord sono sopravvissute grazie a lungimiranti politiche regionali (in Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna), che hanno aiutato le famiglie a pagare, anche con sacrifici enormi, rette da 3.500 euro per l’Infanzia a 5/6mila per il liceo. 

Dieci anni fa il pluralismo si poteva salvaregarantendo semplicemente la libertà di scelta educativa dei genitori attraverso una quota capitaria di 5.500 euro per alunnoda spendere in una buona scuola pubblica statale o paritaria che avrebbe fatto della trasparenza, pubblicità e rendicontazione il suo motivo di vanto. Ora il Centro Sud è terra di missione: occorrono uomini e donne coraggiosi che là rifondino la scuola pubblica paritaria.

I numeri del pluralismo: scuole statali e paritarie in Italia

Un bagno di realtà è doveroso perché i numeri sono impietosi. Al Centro e al Sud d’Italia non esiste quasi più la scuola paritaria. Eroiche quelle che hanno resistito con congregazioni alle spalle che si sono indebitate… ma fino a quando? Una famiglia del Sud mai potrebbe pagare una retta scolastica di 5.500 euro, anche se rimodulata a seconda dei Corsi, considerato che le politiche regionali per la libertà di scelta educativa sono completamente assenti. Una famiglia che ha un Isee di 10mila euro può scegliere il liceo in Lombardia (con l’insieme dei contributi) ma non a Bari.

Una nota curiosa: la percentuale delle scuole secondarie di 2° grado, come si noterà nei dati indicati sotto, in alcune Regioni del Sud è la stessa della Lombardia. Pare impossibile che, dove tutti i Corsi sono decimati, la scuola secondaria non lo sia. Chi pagherà i 5.500 euro? Non una famiglia normale. Per una mente minimamente intelligente, delle due l’una: o non si pagano i docenti o si vendono i titoli. Deprivazione culturale, sociale, economica senza precedenti.

Oggi in Italia possiamo dire che esiste un pluralismo educativo solo per la scuola dell’Infanzia: a) in 3 regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Veneto) la presenza di scuole paritarie supera il 50% del totale; b) in 6 regioni (Campania, Friuli, Lazio, Liguria, Piemonte e Sicilia) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 30%e il 50% del totale; c) in 4 regioni (Calabria, Puglia, Sardegna e Toscana) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 28e il 30%del totale; d) in 5 regioni (Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise e Umbria) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 16%e il 19% del totale.

Parlare di pluralismo scolastico per la scuola primaria e secondaria di I grado – scuola dell’obbligo! – è un eufemismo. Gratuita e libera dev’essere tale scuola secondo le risoluzioni europee: da più di dieci anni chi scrive ne ha parlato. Indecoroso per chi legge, ripetersi.

La Scuola Primaria, i dati: a) in 3 regioni (Campania, Lazio, Lombardia) la presenza di scuole paritarie supera il 10%del totale (Campania 17,6% , Lazio 17,1%, Lombardia 10,3%); b) in 3 regioni (Liguria, Toscana, Emilia Romagna) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 7%e il 10%del totale; c) in 5 regioni (Friuli, Piemonte, Puglia, Sicilia; Veneto) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 5%e il 7%del totale; d) in 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Marche, Sardegna, Umbria) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 2%e il 5%del totale; e) in 2 regioni (Basilicata, Molise) la presenza di scuole paritarie si colloca al di sotto del 2% del totale.

La Scuola secondaria di I grado:  a) in 4 regioni (Lazio, Liguria, Lombardia, Veneto) la presenza di scuole paritarie supera il 10%del totale (Lazio 15,7%, Lombardia 14,9%, Liguria 10,6%, Veneto 10%);b) in 3 regioni (Emilia Romagna, Friuli, Piemonte) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 7%e il 10%del totale; c) in 2 regioni (Campania, Toscana) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 5%e il 7%del totale; d) in 5 regioni (Calabria, Marche, Puglia, Sicilia, Umbria) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 2%e il 5%del totale; e) in 4 regioni (Abruzzo, Basilicata, Molise, Sardegna) la presenza di scuole paritarie si colloca al di sotto del 2%del totale.

La Scuola Secondaria di II grado: a) in 3 regioni (Campania, Lazio, Lombardia) la presenza di scuole paritarie di secondo grado supera il 33% del totale (Campania 34,5%, Lazio 40,3%, Lombardia 35,9%); b) in 3 regioni (Marche, Sicilia, Veneto) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 20% e il 33% del totale; c) in 6 regioni (Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Toscana) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 10% e il 20% del totale; d) in 4 regioni (Friuli V.G., Puglia, Sardegna, Umbria) la presenza di scuole paritarie si colloca tra il 5% e il 10% del totale; e) in 2 regioni (Basilicata, Molise) la presenza di scuole paritarie si colloca al di sotto del 5% del totale.

Qualche riflessione i numeri della Campania e della Sicilia lo meritano. Difatti in Puglia il numero è nel trend degli altri Corsi.

Per fare sintesi

  1. Le soluzioni
  2. Occorre salvaguardare il pluralismo nel Nord
  3. Rifondarlo nel Sud

Ma questo domanda una assunzione di responsabilità da parte di tutti i cittadini, per scongiurare la catastrofe educativa:

  1. Coraggio di selezionare nell’ambito delle scuole paritarie 
  2. Sfida della trasparenza, della pubblicità 
  3. Censimento dei docenti e chiamata dagli albi
  4. Compartecipazione del Governo, delle Regioni, della Chiesa per aiutare le famiglie più povere a vedersi garantito il diritto all’istruzione senza alcuna discriminazione economica
  5. Quindi i fondi del Pnnr devono calarsi in una realtà dai dati chiari, come ben afferma il Ministro Bianchi, che più volte ha indicato l’impegno per acquisire una certezza di dati e intervenire con aiuti mirati.

Le sfide

Saranno disposte, le scuole paritarie e statali, ad anteporre il diritto degli studenti più poveri e del Sud? Avrà il coraggio una scuola paritaria di Milano a rinunciare a 100 euro di contributi, godendo comunque della dote scuola, per aiutare una famiglia di Bari che non ha gli aiuti regionali e non potrebbe pagare, nè lei nè la scuola, la retta? Non saranno quei 100 euro a fare la differenza…

Forse potrebbe una scuola che ha 8 mila euro di retta, con la lista di attesa causa covid, anteporre le scuole dei poveri per i poveri. Federalismo solidale!

Le parole del Ministro aprono prospettive della più ampia trasversalità politica, impegnata a rilanciare gli ITS per contrastare la dispersione scolastica, dare una chance ai nostri giovani ed effettuare una operazione di dati chiari sulle scuole paritarie, perché sono uno snodo necessario per abbattere il muro dell’ideologia e soprattutto per scongiurare la catastrofe educativa.

  1. Occorre una inversione di rotta che il tempo presente ci aiuta a compiere: i fondi del Next Generation UE, infatti, servono per far ripartire il Paese. 

Chi si prenderebbe oggi la responsabilità di aver sprecato l’opportunità di compiere il percorso del pluralismo scolastico, in modo definitivo, solo perché rifiuta i principi basici della trasparenza e della pubblicità? Credo nessuno, ancor più le scuole paritarie.  I FONDI DEL RECOVERY PLAN hanno una priorità: acquisiti i dati certi, come ben ha espresso il Ministro, si punti ad un pluralismo che guarda alle periferie, al Centro Sud del Paese come principali luoghi di investimento. Senza pluralismo, nel Sud non funziona neanche la scuola statale. Ecco, dunque, in estrema sintesi, il cammino da percorrere:

a)     compartecipazione Stato Regioni sul modello delle Regioni virtuose del Nord, che hanno salvato il pluralismo attraverso buono scuola e voucher alle famiglie;

b)     utilizzo dei fondi del Recovery per compiere interventi massicci e prioritari a favore degli studenti delle fasce più deboli e nelle aree più svantaggiate, per colmare la deprivazione culturale e la dispersione scolastica;

c)      intervento della CEI con borse di studio per le fasce degli studenti più poveri e delle zone più svantaggiate;

d)     in via residuale, per le scuole del Nord, si mettano in luce i fondi ministeriali, regionali e privati per comporre la spesa complessiva del costo standard di sostenibilità. Mancano poche centinaia di euro;

e)     piena collaborazione da parte di tutte le scuole paritarie nella trasparenza, nella valutazione, nel controllo economico e nella pubblicità dei bilanci, come dei cv dei docenti, allo scopo di compiere questa operazione per il bene della scuola statale stessa.

Chi non vorrà i controlli o vorrà rette oltre 8mila euro, sarà libero di farlo: si tratterà delle scuole private che il Ministro nel suo discorso ha contemplato. Come bene ha detto il Ministro, occorre guardare dentro ad ogni scuola e vedere cosa vi si trova.

Il tutto per andare a comporre quel costo standard di sostenibilità per allievo che, se arriva a 3.500 euro per l’infanzia, a 4.000 per la primaria, a 5.000 per la scuola secondaria di I grado e a 5.500 per la scuola secondaria di II grado, salverà le scuole del Sud, quelle scelte dai poveri, e rialzerà l’Italia che deve ripartire proprio dal tacco.  Last but not least, si faccia il censimento dei docenti e delle cattedre. Operazione verità per concludere il teatro dell’assurdo dei precari e delle cattedre vuote.

Occorre una comunità, l’aiuto di tutti, come il Papa ha anticipato nel patto educativo, il Premier Draghiquando ha chiesto di riportare la scuola al centro, il Ministro Bianchiquando ha indicato le linee di un impegno indirizzato a contrastare la povertà educativa e ad intervenire nelle aree del Sud. Trasparenza, valutazione, meritocrazia, soldi alle famiglie e non alle scuole: sono concetti acquisiti e conditio sine qua non per salvare il Paese.

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