In partes tres

Guido Lenzi di 5 Luglio 2021

Le cose si vanno chiarendo. Stanno quanto meno diventando esplicite.

Durante il periplo di Biden in Europa, l’Occidente ha ribadito la sua solidarietà in difesa dei principi liberali, tolleranti ma non vulnerabili. La riunione di Matera fra i Ministri degli esteri del G20, alla quale Russia e Cina hanno partecipato l’una a livello inferiore e l’altra a distanza, ne ha comunque diffuso ‘urbi et orbi’ le convinzioni e aspirazioni. Dalle quali continuano a distinguersi apertamente i suoi due antagonisti dichiarati.

Nel suo annuale colloquio televisivo e telefonico col pubblico, Putin ha affermato di non vedere l’utilità di un incontro con il Presidente ucraino che “ha affidato il suo paese al pieno controllo esterno … a Washington e parzialmente a Berlino e Parigi… Non mi rifiuto di incontrarlo, ma non vedo di cosa dovremmo parlare”. Con tanti saluti ai gruppi ‘di Normandia’ e ‘di Minsk’, ai quali lui stesso appartiene.

Sullo scontro con un incrociatore britannico al largo della Crimea, ha affermato che “se lo avessimo affondato, è improbabile che ci saremmo trovati sul limitare di una terza guerra mondiale, perché chi compie tali provocazioni sa di non poter emergere vittorioso”. Manifestazioni d’orgoglio rivolte alla platea interna, ma che asserragliano il paese, isolandolo dalla comunità internazionale.

Dal canto suo, nella celebrazione del centenario del Partito Comunista, Xi ha affermato che la Cina non opprime altri paesi, diversamente da altri che “si romperanno la testa contro un muro di acciaio”. Retorica di marca orientale, forse; una teatralità attorno alla quale cementare l’unità nazionale.

Fra le categoriche direttive interne del monarca a vita cinese, spicca l’affermazione che “la scienza non ha frontiere, ma gli scienziati hanno una patria”. Con altrettanti saluti alla collaborazione in materia di Covid. A Hong Kong, nel frattempo, è aumentata la stretta della ‘Legge di sicurezza nazionale’, che identifica le quattro ‘offese capitali’ in “separatismo, sovversione, terrorismo e collusione con potenze straniere”.

Sinistramente evocative delle manifestazioni naziste degli anni Trenta, le adunate oceaniche organizzate a Pechino e Mosca. ‘Muri di acciaio’ contro coloro che la propaganda di ambedue continua a etichettare come ‘agenti stranieri’. Una definizione che ha una sua validità, ma nel senso che sono il prodotto della porosità delle frontiere indotta dalla globalizzazione. Un fenomeno che Mosca e Pechino vorrebbero utilizzare a loro esclusivo beneficio, invece che collaborativamente.

È un vero e proprio conflitto ideologico quello che si va riproponendo, sia pure di consistenza diversa da quelli che hanno afflitto l’intero secolo scorso. Un globo sempre diviso ‘in partes tres’: con un ‘Terzo mondo’ che rimane ancora una volta a metà strada, in preda ai suoi problemi.

Gandhi osservava ironicamente che la civiltà occidentale sarebbe stata “una buona idea”. Rimane comunque forse migliore delle alternative disordinatamente invocate da altri.

A casa nostra, sia pur di buon auspicio, la conversione di Salvini e Di Maio rispettivamente su Russia e Cina, non può bastare a riorientare una politica estera rimasta troppo a lungo inutilmente equivoca. Se messa a confronto con l’ostinazione del medesimo Salvini e Meloni nel fare squadra contro l’Europa assieme a Orban, Le Pen e altri esponenti ‘sovranisti’.

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