Pane al pane

Guido Lenzi di 16 Giugno 2021

Il primo viaggio all’estero del nuovo Presidente americano si è svolto in Europa (il suo predecessore aveva dato la precedenza all’Arabia!), per riaffermare la coesione transatlantica rispetto alle tante sfide che la sollecitano. In un incastro da scatole cinesi, o ‘matrioske’ russe, verrebbe da dire, per rimanere in tema dei due dichiarati avversari che l’Occidente deve decidersi ad affrontare.

In un’opera catartica troppo a lungo accantonata, consistente nel dirsi come stanno le cose. Pane al pane… “Il silenzio -ha ricordato il Presidente americano- è complicità”, aggiungendo che “non cerchiamo il conflitto, ma la soluzione ai problemi”.

La devastazione dei rapporti internazionali operata da Trump non consente di riprenderne il corso da dove era stato interrotto; nemmeno in ambito euro-americano. Un rapporto, quest’ultimo, che va riaffermato, ristabilendone il fulcro non più soltanto nei termini ancillari dell’alleanza originaria, bensì in un più ampio schieramento fra società aperte. Un’impresa nella quale l’America, per la prima volta da quando, un secolo fa, è uscita dal suo isolamento, si trova ad aver bisogno dell’Europa. 

Premessa necessaria per contenere la Cina ed irretire la Russia, in una riproposizione dell’internazionalismo liberale, multilaterale. In termini non più soltanto di ordine militare, né di soli valori, ma degli interessi comuni che tali valori implicano, a fondamento di regole di comportamento internazionali comuni. 

Un’esigenza alla quale il nuovo governo italiano dichiara di voler corrispondere rimettendosi in carreggiata, dopo anni di inconcludente ambiguità, nel consueto suo equilibrio fra atlantismo e europeismo.

Biden ha iniziato il suo periplo col concedere a Londra una riedizione dell’antico ‘rapporto speciale’, in una nuova ‘Dichiarazione atlantica’ ad immagine e somiglianza di quella fra Roosevelt e Churchill del 1941. Ora come allora, infatti, il Regno Unito, uscito dall’Unione europea, ha bisogno della stampella americana e, ora come allora, l’America non può rifiutarvisi. Un rapporto fra gemelli che, ora come allora, può tornare a fornire il sostegno esterno all’Europa politica in gestazione, quanto alla ‘global Britain’ che Londra dice di voler recuperare.

Nel G7, poi, tornato a proporsi quale ’consiglio di sicurezza’ fra occidentali al quale sono stati associati Sud Corea, Australia, India e Sudafrica, si è discusso principalmente delle ripercussioni economico-sociali delle molteplici sfide transnazionali, dalla pandemia agli attacchi informatici. Con l’avvio di quel partenariato fra democrazie, consolidate o emergenti, invocato da Biden, dal quale la Russia si è estromessa, e rispetto alla quale la Cina si contrappone.

Nell’Alleanza atlantica, che rappresenta più che mai la spina dorsale politica della sicurezza occidentale, sono state congiuntamente definite le minacce trasversali che, più di quelle militari, mettono oggi in pericolo la stabilità internazionale. A latere, gli incontri bilaterali con il turco Erdogan hanno testimoniato la disponibilità a recuperare la pecora smarrita, chiarendone le intenzioni dal Medioriente alla Libia, dall’Asia centrale fino all’Afghanistan.

Della Russia, è stato deplorato il ‘comportamento irresponsabile e ostile’; della Cina, la ’sfida sistematica alla sicurezza globale’; in termini di disinformazione e manipolazione cibernetica.

Con l’Unione europea, Biden ha infine discusso dei temi di carattere economico che rappresentano anch’essi sfide cruciali, non propriamente militari ma altrettanto strategiche, esiziali per il sistema internazionale sul quale la stessa Unione si fonda. Gli aspetti commerciali, finanziari e daziari del rapporto transatlantico andranno risistemati, nell’ambito di una ripresa dei negoziati sul TTIP. “Una Unione più forte significa una NATO più forte” , ha detto il nostro Primo Ministro nel commentare la perdurante ambizione europea di dotarsi di una propria ‘autonomia strategica’.  

In tali molteplici contesti è stata affermata la necessità di stabilire più sistematiche consultazioni a più livelli, a monte piuttosto che come finora avvenuto a valle degli eventi, per identificarne e valutarne in comune le criticità e predisporre l’agenda delle relative misure di contenimento. Salvo a diversificare le rispettive rispondenze, nell’appropriata combinazione fra potere dissuasivo americano e persuasivo europeo, che possa fornire la massa critica necessaria per ricomporre il sistema multilaterale, invece che multipolare, dei rapporti internazionali .

Il periplo europeo di Biden ha consentito di rimettere ‘la palla al centro’ di un rinnovato impegno transatlantico, da contrapporre alle sfide chiaramente esplicitate da Russia e Cina. Il cui comportamento, è stato detto, da ’irresponsabile e destabilizzante’ va reso ‘più affidabile e prevedibile’.

Rimane da vedere in che misura il ‘piccolo gruppo’ deriso dai cinesi, coeso e determinato, condizionerà l’antagonismo dei suoi detrattori, della Cina, avversario sistemico, e della Russia, antagonista dichiarato. Bisognerà forse attendere l’esito delle elezioni in Germania e in Francia; e in Italia. 

La riunione dei Ministri degli Esteri del G20, fra due settimane a Matera, in preparazione per il Vertice di fine ottobre, fornirà utili indicazioni.

Il faccia a faccia con Putin, dallo svolgimento tenuto opportunamente lontano dai riflettori, non fornirà immediate indicazioni. Se ne riparlerà. Nel frattempo, il ‘tramonto dell’Occidente’, più volte annunciato nello scorso lungo secolo breve, è rinviato a data da destinarsi.

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