I conti con il passato

Guido Lenzi di 26 Aprile 2021

I governi di tre antiche nazioni si dimostrano risolutamente indisponibili a fare i conti con il loro passato. A metterselo alle spalle. Vivendo di risentimenti che ne ostacolano il cammino. Irrigidite nel rifiutare l’assestamento dei rapporti internazionali che le circostanze richiederebbero. Finendo col suscitare la ripulsa dei loro interlocutori occidentali che, stufi di guerreggiare, non possono reagire altrimenti che tentando di emarginarli, con il mancato riconoscimento politico al quale ambiscono e/o le sanzioni finanziarie che ne conseguono. 

Nel concreto, dopo aver posto termine alla prolungata intimidazione militare dell’Ucraina, con l’ammonizione a non oltrepassare non meglio specificate ‘linee rosse’, la Russia di Putin si è trovata alle prese con una raffica di espulsioni dei suoi agenti nel suo ‘vicinato prossimo’. La Turchia di Erdogan, noncurante delle sue responsabilità di membro della NATO e del Consiglio d’Europa, ne paga lo scotto con l’ormai generalizzata denuncia del ‘genocidio armeno’ di oltre cent’anni fa, che ne mette se non altro in guardia le pretese nel Caucaso meridionale. La Cina di Xi, più in generale, fatica a conciliare l’intransigenza sulle questioni di Hong Kong e Taiwan con la mano tesa ostentata dalla sua ‘via della seta’.

Anestetizzato dall’amministrazione Trump, l’Occidente euro-americano ha deciso di tornare ad affermare esplicitamente i principi su cui il sistema internazionale deve fondarsi. Se non altro quello del reciproco rispetto della sovranità e degli interessi altrui. Un confronto militare appare improponibile. Ma è ormai evidente ai più che la pretesa non interferenza negli affari interni non può che essere a doppio senso; che la pluralità di interessi, invece di divergere, va intrecciata; che il rispetto dei diritti umani e politici è la cartina di tornasole non soltanto dell’affidabilità di uno Stato, quanto della stessa integrità dell’intero sistema internazionale. L’enfasi va pertanto deviata dai punti di diretto contatto alle trattazione delle crisi periferiche: in Siria, in Afghanistan, in Birmania.

Il quadriennale rapporto sulle tendenze globali nel prossimo ventennio, appena pubblicato congiuntamente dalle agenzie di sicurezza americane, intitolato ”un Mondo più conflittuale”, constata che “nessuna regione, ideologia o sistema di governo appare immune o dotato di risposte alle molteplici sfide del momento … con la ricerca di fonti alternative di governabilità che ne consegue … in un crescente divario fra quanto considerato necessario dalle popolazioni e quel che i governi possono o sono disposti a fornire”. Ne consegue che “lo stesso sistema internazionale appare privo di direzione, caotico e mutevole, giacché le regole e le relative istituzioni sono per lo più ignorate dalle principali potenze come la Cina, oltre che da attori regionali e non statuali’. Il documento, descrittivo piuttosto che propositivo, ne ricava la necessità di provvedere a predisporre dei “meccanismi che consentano di anticipare la frequenza e la complessità delle crisi, invece di continuare a reagire al loro verificarsi”. Provvedendo in particolare al consolidamento del legame fra le democrazie sostanziali.

Un ritorno al multilateralismo è palesemente indispensabile, nel generale interesse. Non ingabbiato in strutture istituzionali, vecchie o nuove, bensì informale, da dietro le quinte di un palcoscenico disordinatamente affollato. Da affidare alle arti della diplomazia. L’America di Biden, tornata al proscenio, ha proposto di ripartire dai vertici, che possano servire quanto meno a chiarire le reciproche intenzioni. Per evitare di procedere a tentoni, limitandoci a contenere le emergenze. Per andare oltre la coesistenza, verso la convivenza, la corresponsabilizzazione.

La premessa non può comunque consistere che in una più generale accettazione di regole condivise. Un codice della strada che regoli il traffico internazionale.

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