Il termometro della Dad (con possibile sorpresa finale)

Tonino Ceravolo di 20 Aprile 2021

Per una volta potrebbe essere il caso di accantonare le disquisizioni profonde sui sistemi massimi della pedagogia (e su quelli, ancora più impervi, della psicologia) e mettere i discorsi in abiti borghesi, un po’ come proponeva di fare Wittgenstein con i super-concetti della filosofia. Scendere, insomma, dall’empireo stellato delle questioni fondamentali e imprescindibili alla bassa empiria della vita quotidiana, per porsi sul terreno delle domande più semplici, finanche più evidenti e (forse) proprio per questo meglio occultate e nascoste (se dice qualcosa La lettera rubata di Poe). 

In altri termini, proviamo a sospendere per pochi momenti il problema se la didattica a distanza sia o no una catastrofe educativa, se essa provochi danni psicologici difficilmente riparabili, se sia da intendersi come scuola in senso forte o non sia, piuttosto, un insipido surrogato dell’insegnare e dell’apprendere e proviamo a guardare le cose da un altro punto di vista.

Una prospettiva, questa che vorremmo rapidamente suggerire, per la verità non nuova, perché dei dibattiti in merito sono pieni i giornali e le televisioni, ma sulla quale si potrebbe condurre un experimentum crucis particolarmente significativo, probabilmente in grado di porre qualche dubbio intorno a una delle convinzioni sulla scuola maggiormente diffuse nei nostri tempi di pandemia e cioè che la Dad (ben noto acronimo per “Didattica a distanza”) sia la “bestia nera” di alunni e famiglie, pressoché compattamente schierati contro di essa, tanto da scendere in piazza per manifestare e per reclamarne con voce unanime la fine. Del resto, come non convincersi di questo se la televisione “A” intervista ben tre genitori e quattro studenti che lo affermano e il giornale “B” di studenti ne ascolta sei e di genitori quasi altrettanti? Il meccanismo (anche psicologico) è sufficientemente noto, perché, in questi casi, uno non vale uno, ma molti o addirittura tutti. Il particolare diviene universale, si direbbe nel linguaggio tecnico della filosofia. 

Eppure, esistono in questo momento in Italia almeno due “laboratori”, numericamente un po’ più consistenti dei dieci studenti e quasi altrettanti genitori chiamati all’appello da televisioni e giornali, che corrispondono alle regioni Puglia e Calabria nelle quali i rispettivi presidenti (per carità e ancora una volta no “governatori”) hanno dato alle famiglie la facoltà di scegliere se avvalersi delle attività didattiche in presenza o se ricorrere alla cosiddetta “didattica digitale” (“a distanza”). C’è qualcuno che si sia preoccupato di sapere, avendo a disposizione un bacino leggermente più ampio e significativo di qualche parere volante, in quale percentuale le famiglie abbiano scelto in queste due regioni  la didattica a distanza, quanti alunni calabresi e pugliesi stiano frequentando in presenza le lezioni e quanti davanti allo schermo di un tablet o di un pc?C’è qualcuno che ritiene di qualche importanza comprendere le scelte concrete di diverse migliaia di persone e ragionare una volta tanto su “dati” misurabili?

Ben sapendo, ovviamente, che un’indagine del genere nulla ci direbbe riguardo alle motivazioni delle scelte in favore della “Dad” (paura per i contagi che potrebbero verificarsi nelle aule scolastiche, come c’è da ritenere per buona parte dei casi?), né precostituirebbe un qualsiasi giudizio pro o contro la didattica “on demand”, pro o contro l’efficacia pedagogica dell’insegnamento a distanza. Sarebbe soltanto, alla fine, uno strumento di misura più realistico del “peso” quantitativo di un fenomeno, capace, tuttavia, qualche ulteriore domanda di suscitarla (con possibile sorpresa finale).   

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