Qual è il senso della visita del Papa in Iraq?

Enzo Romeo di 29 Marzo 2021

Con la coraggiosa missione in Iraq il papa ha fatto quel che ci si sarebbe aspettati dal segretario della Nazioni Unite o da un leader politico mondiale. Per tre giorni Francesco ha girato in lungo e in largo un Paese ridotto in macerie da decenni di guerre e terrorismo, dove i cristiani e le altre minoranze sono state perseguitate con crudeltà inaudita. Ha incontrato i rappresentanti del governo di Baghdad e del Kurdistan, ha ascoltato le testimonianze della gente, ha incoraggiato ad entrare nella fase della ricostruzione. Soprattutto ha allargato il raggio del progetto di “fratellanza universale” iniziato nel febbraio 2019 con i musulmani sunniti ad Abu Dhabi, coinvolgendo anche il mondo sciita attraverso l’incontro con l’ayatollah al-Sistani. 

    Indubbiamente il viaggio – forse il più importante, di sicuro il più audace, del pontificato bergogliano – è stato un successo, ma proprio questa buona riuscita da tutti ammessa apre ad almeno un paio di domande. La prima: c’è il rischio che il capo della Chiesa cattolica sia confuso con un’autorità civile, sia pure grandemente rispettata? Il papa ha detto più volte di essere andato in Iraq quale pellegrino, dunque spinto da motivazioni solo spirituali. Di più: ha precisato che il suo voleva essere un «pellegrinaggio penitenziale», concetto che ha un significato esclusivamente religioso, e che per i cristiani acquista maggiore pregnanza nel periodo quaresimale. Ciò dovrebbe allontanare ogni preoccupazione, che invece è alimentata dai tenaci oppositori interni di Francesco, di marca ultratradizionalista. Non sono molti, ma fanno un gran baccano. Per loro il papa argentino avrebbe dismesso i panni di pontefice e vestito quelli di guida mondana. Un paradosso, considerato che la mondanità è il peccato su cui Bergoglio riversa con costanza i suoi strali. Secondo la logica di questi contestatori, ogni risultato ottenuto dal papa sul piano politico-civile sarebbe la prova della deriva laicista in cui egli starebbe trascinando la Chiesa. 

    Ora, se c’è una caratteristica peculiare del messaggio evangelico – tante volte rimarcato da Francesco – è che Dio va riconosciuto in ogni fratello e sorella, specie nei più sofferenti, negli scartati delle periferie geografiche ed esistenziali. Dunque, dove sta la contraddizione? Piegarsi sulle ferite dell’umanità è la postura del buon cristiano, quanto meno pari a quella di inginocchiarsi a mani giunte davanti all’altare.

    Nello stesso senso va la risposta alla seconda obiezione: con la sua idea di fratellanza il papa sta creando un’unica fede sincretista? Il Vangelo non contempla nemici, ovvero i nemici sono i primi da amare. Dunque, non può esserci alternativa alla fratellanza. Tanto più oggi, in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, dove il destino di ognuno di noi è legato a quello degli altri, come ha drammaticamente dimostrato la pandemia. Anche in questo caso i veterocattolici si stracciano le vesti, e le loro urla sono alimentate da chi – partendo da posizioni opposte – cerca di esaltare le gesta di Bergoglio, senza peraltro cogliere il segno. Eugenio Scalfari, solo per citare il più noto, continua a scrivere che Francesco è il punto di riferimento di una «nuova religione universale». Il fondatore di Repubblica spiega che l’Io esiste perché gruppi di cellule si sono unite tra loro. Il che giustifica una grande ammucchiata, e pazienza se l’operazione sia del tutto blasfema, per il cristianesimo come per l’islam e l’ebraismo. Tanto Scalfari dichiara non-credente, per cui non è un problema suo…

    Rimane, per fortuna, il dato di fatto di una nazione – l’Iraq – che ha assaporato il gusto della pace ed intravisto la possibilità di una ripartenza. E questo grazie alla “incoscienza” di un papa che non si fa irretire dai buonsensisti, conservatori o riformatori che siano.   

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