Le varianti del virus e l’invarianza scolastica (se il vaccino non c’è)

Tonino Ceravolo di 3 Marzo 2021

Le varianti fanno paura. La predominante inglese, la sudafricana e la brasiliana proiettano scenari in cui una pandemia che, grazie all’arrivo dei vaccini, sembrava quasi sul punto di imboccare la strada per la fine pare, invece, proiettata in un ulteriore inizio, sotto il segno, appunto, delle pericolose varianti. Un po’ come accade in alcuni giochi da tavolo quando si è costretti a far ritorno nella casella di partenza o in quei sogni angosciosi, che molti sognatori riconoscono, in cui si corre all’impazzata per raggiungere una meta e la meta non arriva mai, il traguardo agognato si allontana sempre più. Di fronte a un quadro di questo tipo non si può fare altro che invocare, non ci sarebbe bisogno di osservarlo, una spinta poderosa e in primo luogo uno sforzo, da parte di chi ha l’onere istituzionale di compierlo, per provare a raddrizzare una sfida partita male e che, nel caso della presunta priorità della scuola (presunta perché spesso soltanto enunciata, dichiarata, proclamata), ha mancato taluni bersagli fondamentali, come nella vicenda dei trasporti. E altri bersagli rischia di mancarli ancora o di coglierli con grave ritardo, come nel caso dei vaccini. 

Si apprende, infatti, dai giornali che Astra-Zeneca (il fornitore di vaccini da destinare alla scuola e ad altre categorie dei servizi essenziali) ha consegnato 1.512.000 dosi, ma di queste, finora, soltanto 281.045 sono state somministrate al personale scolastico e alle forze dell’ordine (un altro servizio evidentemente, per alcuni, di poco rilievo).

Si distingue, in positivo, la regione Toscana, che di dosi ne ha inoculate 40.000, mentre altrove siamo ancora ai piani vaccinali (che talvolta assomigliano sempre più agli spero, promitto e iuro dei nostri studi lontani), alle date differite nel tempo, agli spazi per fare le vaccinazioni che non si trovano, ai medici che non ci sono. E si apprende anche che, invece, sono già stati vaccinati gli impiegati delle Asp – probabilmente e impropriamente considerati in maniera uniforme alla stregua del personale sanitario – molti dei quali il pubblico e l’utenza neppure di sfuggita la sfiorano o se la incontrano lo fanno nella formula del tête-à-tête, non certo all’interno di aule affollate e per diverse ore di seguito. 

E in queste aule, si nota adesso, come effetto delle varianti c’è che i bambini, gli adolescenti e i giovani sono colpiti e che a loro volta diventano diffusori, presso maestri e professori e presso i loro famigliari, con gli ulteriori rischi che non è difficile immaginare.

E poi assistiamo, nuovamente, al balletto opinante sui danni della Dad (Italia popolo di virologi, epidemiologi e ora anche di pedagogisti), come se, in assenza di vaccinazioni e con le varianti che incalzano, ci fossero molte soluzioni disponibili oltre a chiudere le aule e proteggersi con la “distanza”. “Primum vivere”, come recita (amaramente) un ben noto brocardo, con quel che consegue. 

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