Un sinodo per la Chiesa italiana

Enzo Romeo di 22 Febbraio 2021

La sinodalità è la grande sfida che attende la Chiesa italiana. La sollecitazione viene direttamente dal papa, che lo scorso 30 gennaio, ricevendo in Vaticano i membri dell’Ufficio catechistico della CEI, ha affermato che si «deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi», secondo l’intuizione emersa nel Convegno ecclesiale di Firenze del 2015. Allora si parlò della necessità di riproporre al Paese l’umanesimo cristiano; adesso è il momento di «incominciare a camminare».

La lettura del richiamo del papa ha avuto toni critici, e financo malevoli, verso la Chiesa che è in Italia. Come se la richiesta di avviare un sinodo sia la certificazione del fallimento generale, con la necessità di ricostruire tutto da zero. Così non è.

La Chiesa cattolica italiana è radicata come nessun altro nel territorio. C’è una vicinanza tangibile col “popolo”, che si sperimenta innanzi tutto attraverso la capillare rete delle parrocchie, presenti anche nei luoghi più periferici, dove si continua a operare nonostante il netto calo delle vocazioni presbiterali e religiose. Ciò vuol dire sostegno morale alle famiglie, aiuto agli anziani, stimolo ai giovani, accompagnamento ai bambini. Per non parlare della rete di carità, che sostiene i più poveri e chi in questo periodo è in difficoltà a causa del covid. Inoltre, la Chiesa in Italia ha un’enorme influenza culturale: gli edifici di culto sono spesso degli scrigni d’arte senza pari; le scuole cattoliche, dalle materne alle superiori, sebbene non sufficientemente tutelate dallo Stato, hanno retto all’impatto con la pandemia; le università pontificie, insieme agli istituti di studio diocesani, regionali e interregionali, costituiscono un nucleo importante nel campo della formazione nazionale. 

Il cammino sinodale, dunque, non parte dal deserto. Anzi, può considerare tutta la ricchezza del passato. Il suo compito è rimettere in moto le energie generate dal Concilio Vaticano II, sopitesi nel corso dei decenni. Bisogna liberare il motore ecclesiale dalla ruggine, accumulatasi forse proprio perché ci si è adagiati sulla riconosciuta “autorevolezza” della Chiesa, anche a livello civico e sociale. Molti hanno tirare i remi in barca, anziché mettere la vela grande e prendere il largo con spirito missionario. 

Certo, adesso il mare è agitato e la navigazione incerta. La secolarizzazione rende sempre più irrilevante (almeno in apparenza) la dimensione religiosa. Nella società scristianizzata il richiamo ai valori spirituali rimane inascoltato o suona anacronistico, specie tra i giovani. Credo che il valore centrale di questo sinodo nazionale stia proprio nel confrontarsi tutti insieme su come parlare agli uomini e alle donne di oggi, su come annunciare loro la Buona Novella. Cosa può offrire Cristo alle generazioni del terzo millennio, ipertecnologiche e perpetuamente connesse, combattute tra gli estremi della globalizzazione e dell’individualismo? La bioscienza ci ha proiettato verso l’illusione del Faust, salvo scoprire con l’epidemia da coronavirus la nostra fragilità e i limiti a cui siamo inchiodati.    

È con argomenti di tale profondità, e non con beghe da pollaio, che dovrà misurarsi il “processo” chiesto da papa Francesco. Esso coinvolge qualsiasi ambito. La gerarchia ha bisogno di pastori «con l’odore delle pecore», vicini alla gente, consapevoli e fiduciosi del sensus fideidel popolo guidato dallo Spirito Santo. I sacerdoti devono mettersi in gioco, evitando di sentirsi gli “arrivati” dell’8×1000, riscoprendosi uomini di Dio in mezzo agli altri uomini, capaci di riconoscere, come il curato di campagna di Bernanos, che «tutto è grazia». Ciò passa anche attraverso l’adeguata impostazione del cammino seminariale, da riformare profondamente.

Ai laici è richiesta una nuova e più forte consapevolezza della dignità che deriva dall’essere “sacerdoti” in forza del battesimo. Non servono più dei scaldabanchi della domenica e delle feste comandate, ma cristiani responsabili in grado di offrire con gioiosa disponibilità la propria testimonianza quotidiana.

Una sottolineatura speciale per il ruolo delle donne: da valorizzare, superando una volta per tutte – anche sul piano teologico – vecchie impostazioni maschiliste. La nomina da parte del pontefice a sottosegretario del Sinodo (ruolo finora riservato solo ai vescovi) di suor Nathalie Becquart è una chiara indicazione della direzione da seguire.

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