Istituzioni e incomprensioni

Luca Perfetti di 22 Febbraio 2021

Ezio Mauro, nei suoi acuti articoli sulla crisi di Governo, ha posto in luce alcuni elementi che meritano di essere ripresi: la crisi di Governo è avvenuta tutta all’interno delle tattiche del ceto politico e delle dinamiche interne delle forze parlamentari, senza capacità di tenere l’Italia dentro la cultura politica ed istituzionale europea e la civiltà democratica; le scelte del Presidente della Repubblica e la nomina di Mario Draghi segnerebbero il ritorno della competenza politica e dell’Europa. 

Si tratta di una seria riflessione politologica. Di questa vicenda, invece, io colgo il profilo relativo alle istituzioni. Sono da tempo convinto che il fatto che la Costituzione riservi la sovranità al popolo significa il prevalere dei diritti fondamentali della persona rispetto alle istituzioni, che non sono se non una delle forme in cui si esprime la sovranità. Tuttavia, quest’espressione della sovranità della persona è decisiva. Con la costruzione di un sistema di istituzioni, infatti, si intende limitare la politica, garantire la strumentalità del potere pubblico al godimento dei diritti della persona, creare un luogo disciplinato dal diritto nel quale assumere le decisioni che riguardano la razionale composizione tra diritti ed interessi in conflitto tra loro. 

Le istituzioni, quindi, hanno una struttura, un disegno, un ordine, che discende direttamente dalla Costituzione e che è guidato proprio dall’essere a servizio dei diritti fondamentali (tanto che l’adesione all’Unione Europea si regge su una norma costituzionale che collega le «limitazioni di sovranità» allo scopo di assicurare «la pace e la giustizia fra le Nazioni»). Le istituzioni hanno un ordine e una direzione (garantire i diritti, promuoverli, assicurare pace e giustizia). 

Si tratta di un ordine chiaro: la Costituzione riconosce la capacità delle persone di perseguire interessi generali spontaneamente o associandosi (principio di sussidiarietà), riconosce le autonomie locali e regionali (principio di autonomia), fa dello Stato nazionale un luogo di unità è coordinamento e lo inserisce nel contesto europeo con i Trattati, che spostano una parte significativa di potere pubblico al livello dell’Unione. 

Quest’ordine è stato trascurato ampiamente dai Governi di questa legislatura. La vicenda della pandemia è emblematica: i diritti delle persone compressi oltre il necessario; il ruolo della spontanea organizzazione sociale (valorizzata legislativamente da quella stessa legislazione sulla protezione civile che si andava applicando) trascurato; la relazione tra Governo, Regioni ed enti locali resa conflittuale, disordinata, alterando tutti gli schemi istituzionali; l’azione di Governo distante, nelle relazioni sopranazionali, dalla cultura istituzionale europea e la civiltà democratica che Ezio Mauro evoca. 

Il punto fondamentale è che le istituzioni possono essere ribaltate – come qualche esponente politico di questa Legislatura sembra abbia avuto la forte tentazione di fare –; in questo caso si è di fronte ad una rivoluzione, ad un colpo-di-Stato. Altrimenti, per essere produttiva, la politica si deve condurre all’interno delle istituzioni. L’azione politica condotta entro le istituzioni senza rispettarne le regole porta a scontrarsi con le ragioni per le quali esse esistono: limitare la politica sottraendole la dimensione essenziale dei diritti fondamentali, rendere il potere funzionale al godimento dei diritti, riservare ad un flusso ordinato lungo un ordine prefissato la decisione razionale dei conflitti. 

Ogni forzatura di questo sistema produce inefficienze, disordine e violazioni della legalità costituzionale. Naturalmente, questi comportamenti possono iscriversi in una strategia rivoluzionaria. La forzatura dei dati istituzionali, anzi, è quasi costantemente presente nei processi rivoluzionari. Tuttavia, perché una rivoluzione sia possibile, non basta la violazione dell’ordine istituzionale. Occorre avere un diverso ordine da instaurare, il che è totalmente mancato in questi anni. Non di rivoluzione quindi si è trattato, ma di incomprensione, con il suo fatale destino di fallimento. 

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