Diritti disumani

Guido Lenzi di 3 Febbraio 2021

La vicenda di Navalny è andata ad aggiungersi a quella degli immigranti bloccati dalla Croazia nell’evidenziare i molteplici aspetti della sempre controversa questione dei diritti umani.

Un principio, quello del loro rispetto, incluso nella Carta delle Nazioni Unite, precisato poi nella relativa ‘Dichiarazione universale’ del 1948 (persino nella poco nota corrispondente ‘Dichiarazione araba’ del 2004), contestato però nelle sue implicazioni pratiche.

Ci si continua infatti a chiedere se la tutela dei diritti umani e di quelli politici  sia veramente un’insindacabile questione di diritto interno o se possa viceversa essere pretesa universalmente, invocata persino a sostegno di interventi internazionali detti, appunto, ‘umanitari’, e oggetto di eventuali sanzioni.

Della repressione del dissenso in Russia, abbiamo già detto, segnalando le norme di comportamento concordate a livello paneuropeo dall’Atto di Helsinki del 1975. Diverse sono semmai le situazioni in società diverse dalle nostre. 

Una vera e propria ’pulizia etnica’, deliberata o implicita, continua a spazzare l’Arabia e l’antico crogiuolo mediterraneo dalle tante antiche città cosmopolite. In Asia, oltre al trattamento della minoranza ‘rohingya’ in Birmania e alle discriminazioni contro quella musulmana in India, spicca il comportamento del regime cinese non soltanto nei confronti degli ‘uiguri’, ma anche a Hong Kong in violazione dell’accordo internazionale contratto con il Regno Unito nel 1997.

Fondamentale in proposito è ovviamente la distinzione fra diritti fondamentali, collegati alle libertà dalla paura e dal bisogno, cioè dalle violenze e dalla fame, invocate sotto ogni latitudine, e quelli di espressione e di culto, da calibrare invece rispetto alle specifiche situazioni locali. La prova del nove della democrazia, invocata al giorno d’oggi nelle piazze di tutto il mondo, consiste comunque non nel dominio della maggioranza, bensì nel rispetto delle minoranze.

Non di arroganti pretese occidentali, o di un residuo istinto imperialista, si deve pertanto parlare; né del tanto denigrato conflitto di civiltà evocato da Huntington; ma non si può nemmeno contrapporre un indifferente relativismo all’universalismo della cultura occidentale. Non si tratta di pretendere astrattamente il buon governo, bensì di insistere nel perseguire, in un mondo ormai senza frontiere, una qualche ‘democratizzazione internazionale’.  Conciliando le diversità del contratto sociale occidentale, individualista, pluralista, rispetto ad un più tradizionale Oriente, dove la collettività prevale sull’individuo.

Alle Nazioni Unite si è andato peraltro affermando il nuovo criterio della ‘responsabilità di proteggere’ la propria popolazione, compito in cui consiste la ragione stessa di ogni autorità statale. Le cui deficienze possono anche comportare effetti destabilizzanti a livello sub-regionale. Una questione che trascende quindi il sacrosanto principio di sovranità nazionale.

A meno che si accetti un razzismo di ritorno, quello sì di stampo imperialista, fondato su asserite irriducibili differenze genetiche fra gli abitanti di questa terra. 

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