La riconciliazione interna e internazionale

Guido Lenzi di 22 Gennaio 2021

Una settimana rivelatrice: mentre l’Italia si contorce, l’America è tornata, mentre la Russia rimane purtroppo sé stessa. 

L’arrivo di Biden non ha di per sé dissipato le nebbie lasciate dal suo predecessore in fuga. Una cerimonia ridimensionata dal Covid, presidiata dall’esercito, davanti a un tappeto di bandiere, un discorso banale, privo di frasi memorabili se non l’appello a mettersi alle spalle una ‘guerra incivile’, una Stanza ovale riarredata, la firma di ordini esecutivi che hanno cancellato le più discutibili decisioni trumpiane, hanno disegnato il ritorno alla normalità.

Propizia al riassorbimento delle tante esasperazioni che hanno dilaniato la società americana. L’opera di riconciliazione nazionale non potrà però essere istantanea. La priorità sarà riservata alle riforme infrastrutturali, economiche e sociali, da troppo tempo trascurate, della cui carenze Trump si era appunto avvalso. Nel riprendere il cammino tracciato da Obama, Biden potrà far leva anche sugli imperativi della pandemia.

Siccome la politica estera rimane il riflesso di quella interna, la risistemazione dei rapporti internazionali dovrà pertanto attendere. Nel suo discorso di investitura, il nuovo Presidente non vi si è minimamente riferito. L’opera di ricucitura potrà però essere subito imbastita dal gruppo di diplomatici navigati, Blinken, Sullivan, Burns, dei quali Biden si è circondato. Dopo la lunga fase di sospensione imposta dall’imprevedibile comportamento di un impulsivo Presidente populista, Iran, Cina, Russia dovranno pertanto anch’essi prepararsi  all’opera di riconciliazione internazionale che si impone.

Non vi sono purtroppo ancora indicazioni che i principali interlocutori dell’America siano pronti o disponibili a collaborare. Tutt’altro. L’ennesimo arresto dell’oppositore russo Navalny, dopo il fallito tentativo di assassinarlo, ha suscitato l’unanime riprovazione occidentale. Il Ministro degli Esteri Lavrov (a proposito, dov’è Putin?) ha obiettato trattarsi di un’insindacabile questione interna. Il rispetto dei diritti umani rimane comunque la prova del nove della funzionalità, oltre che dell’intrinseca legittimità, di un governo.

Ma, nel caso di Navalni, così come in quello di Hong Kong, diversamente dal trattamento della popolazione uigura nello Xinjang, o di Regeni e Zaki in Egitto, si tratta di violazioni di precisi impegni internazionali presi rispettivamente con l’Atto di Helsinki, confermati da Gorbaciov nel 2000, sulle norme nella ricostruita ‘casa comune’ europea, e con l’Accordo sullo status speciale di Hong Kong concluso nel 1997 con il Regno Unito.

L’America, sia pure a fatica, dimostra di saper rimediare ai propri cedimenti. Non altrettanto può dirsi dei sistemi che dal disordine internazionale traggono argomento per giustificare il loro autoritarismo. Oggi più che mai si staglia l’affermazione di Clinton, secondo il quale il compito americano dovrebbe essere quello di impegnarsi per “creare un mondo nel quale vorremmo vivere  quando non saremo più l’unica superpotenza”.

Tale è il dilemma al quale anche Europa deve dedicarsi, affiancandosi ad un’America rinnovata, per ricomporre norme di comportamento condivise; quel ‘codice della strada’ necessario a regolare l’odierno traffico internazionale.

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