Le piaghe d’Egitto

Guido Lenzi di 14 Dicembre 2020

La visita in Francia del Presidente egiziano Sisi, accolto con tutti gli onori, ci ha offerto il perfetto molteplice bersaglio. Accomunando, nella doverosa difesa dei diritti umani, le diverse vicende di Giulio e Patrick, il progetto di legge francese contro il ‘separatismo islamista’, e il commercio delle armi. Per rivolgere allo stesso governo italiano l’imputazione di far prevalere gli interessi economici su quelli umanitari.

Eppure, l’incontro di Parigi è servito anche ad evidenziare l’intricata consistenza del problema da affrontare, nel contrasto fra le democrazie liberali occidentali ed i regimi autoritari di stampo orientale. Se il rispetto dei diritti umani rimane l’elemento discriminante, le imputazioni che rivolgiamo all’Egitto non si differenziano da quelle nei confronti di Russia, Cina, Turchia, India, (Ungheria, Polonia). Con i quali ci dimostriamo invece indulgenti.

In uno scambio estemporaneo durante la conferenza stampa congiunta, Macron ha sostenuto la priorità da attribuire ai diritti umani e della libertà di espressione, e Sisi invece quella dei valori religiosi. Un dilemma che il Presidente Macron affronta nell’insistere sulla necessità di un ‘dialogo esigente’ con i tanti interlocutori scomodi della diplomazia europea.

Invocare il ricorso a quelle sanzioni che critichiamo invece nei confronti della Russia, chiedere il richiamo dell’ambasciatore che rappresenta l’estremo filo connettore, pretendere la sospensione della vendita di armi che altri utilizzano quale strumento di influenza politica, vuol dire ignorare le molteplici sfaccettature della questione in esame.

Converrebbe piuttosto deciderci a considerare a mente fredda il modo di persuadere, assistendolo, il regime egiziano, autoritario all’interno quanto evanescente all’estero, a riappropriarsi del ruolo che la sua collocazione geo-politica gli assegna. La rendita di posizione della quale disponeva, e che pare aver perso da quando ha riconosciuto Israele. 

Bisognerebbe in altre parole riconoscere, nel caso egiziano come in altri parimenti deplorevoli, che l’alternativa non può essere fra un intransigente ostracismo e una cinica ‘realpolitik’. Dovendosi invece ricorrere ad una strategia meglio articolata, sostanzialmente rivolta a convincere l’Egitto di recuperare il ruolo che gli spetta nel Mediterraneo, in Medioriente e in Libia. Di tornare a partecipare ad una politica mediterranea condivisa con l’Europa, nella complementarietà delle rispettive responsabilità.

Nel rilancio di quel ‘partenariato mediterraneo’ che l’Unione vanamente sollecita da decenni. Che non può far a meno del protagonismo di una nazione che pare avervi invece rinunciato da tempo, a beneficio dell’Arabia Saudita. Un esito che potrebbe d’altronde servire anche ad allentarne la claustrofobia e l’intransigenza del Cairo nei confronti dell’opposizione interna.

Un intento che il Presidente francese continua coraggiosamente a svolgere, nell’interesse della Francia, certo, ma anche per conto di un’Europa che tarda ad assumersi le sue responsabilità di politica estera comune. E l’Italia?

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