L’ircocervo dell’informazione sulla scuola che non c’è

Tonino Ceravolo di 30 Novembre 2020

Tra le tante gravose questioni che investono il mondo della scuola nell’era del Covid (dai tracciamenti che non si fanno ai trasporti che non ci sono), altre questioni, in apparenza del tutto marginali nel drammatico contesto epidemico, lasciano qualche interrogativo a chi ne segue le vicende sui quotidiani italiani, con il retrogusto (come dire?) di un’informazione talvolta “creativa”, che propone una scuola che non c’è. Del resto, in un Paese in cui, a furia di battere e ribattere sui tasti dei pc, i presidenti di regione sono diventati governatori senza che una sola norma li definisca tali (e, quindi, in maniera del tutto impropria) non c’è troppo da stupirsi che anche la bistrattata scuola partecipi di un analogo “destino” di metamorfosi linguistica. 

Tant’è che, ad ascoltare qualche telegiornale e a leggere qua e là, l’intero segmento della secondaria di II grado sembrerebbe diventato liceale per decisione e convenzione giornalistica, con discrete probabilità che questa “rivoluzione” lessicale, insisti oggi e insisti domani, si trasformi prima o poi in senso comune. Titolava Repubblica nella versione online il 27 novembre: “Le Regioni: i licei restino chiusi”. Una volta tanto in piena comunione d’intenti con Il Fatto quotidiano che sul digitale confermava: “Le Regioni vogliono i licei chiusi fino a gennaio”.

Inusuale e sorprendente corrispondenza d’amorosi sensi tra i due quotidiani, si potrebbe dire, ribadita appena due giorni dopo quando Repubblica annunciava “Scuola, verso la riapertura il 7 gennaio. Ma nel governo c’è chi spinge per i licei aperti a dicembre nelle regioni gialle” e Il Fatto precisava “Scuola, governo diviso sull’apertura dei licei”. Verrebbe da dire che i due giornali nemici-amici, per una singolare e imprevista coincidenza, abbiano dato vita almeno a un paio di ircocervi (i professionali liceali e i tecnici liceali), animali favolosi, secondo il vocabolario Treccani, che partecipano della “natura del capro e del cervo” e che, però, in senso figurato, si riferiscono a “cosa assurda, inesistente, chimerica”.  A meno di pensare il non pensabile che nell’Italia delle zone gialle, arancione e rosse il governo stia progettando di riaprire tra le scuole superiori i soli licei (classici, scientifici, linguistici, ecc.), lasciando chiusi gli istituti tecnici e professionali, per qualche oscura ragione maggiormente esposti al contagio da Covid e, dunque, da proteggere meglio, come accade con le specie rare. 

Ora, fatta la tara alle esigenze sintetiche della titolazione dei giornali (ma basterebbe utilizzare l’espressione Istituti superiori e lavorare un po’ tra titolo e occhiello per risolvere il problema), una questione espressiva è una questione culturale ed è chiaro che se il presidente di regione diventa governatore e gli istituti superiori diventano tutti  licei, l’uno e gli altri esclusivamente per uso linguistico, non si può non intravedere il discutibile sottofondo implicito per il quale “governatore” è più e meglio di “presidente di regione” e “liceo” è più e meglio di istituto tecnico o professionale (entrambi misconosciuti persino nel nome e assorbiti in una denominazione che non li identifica).

Il passo ulteriore, rispetto al giornalismo creativo, potrebbe essere quello della politica creativa che, in luogo di far corrispondere i nomi alle cose, faccia corrispondere le cose ai nomi, abolendo gli indirizzi tecnici e professionali – e, con essi, il loro corredo di saperi e pratiche – e dichiarandoli tutti licei. E per la verità, in tempi relativamente vicini, non si è andati molto lontani dall’obiettivo se un po’ di anni or sono la più recente riforma dell’istruzione (schola semper reformanda) in un impeto di creatività ha ben pensato di amputare le ore di laboratorio (ossia di pratica didattica) nei professionali, contribuendo così alla loro licealizzazione. Ironia di questa vicenda: è stata presentata dai suoi protagonisti come un arricchimento di quegli istituti, come spesso succede quando si fanno i tagli o quando si impoverisce qualcuno.   

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