Il Grinch cattivo che depreda la scuola

Tonino Ceravolo di 23 Novembre 2020

Forse c’è un Grinch anche per la scuola, un mostriciattolo verde e cattivo che non si accontenta di rubare il Natale, ma, servendosi di un’epidemia, desidera depredare alunni grandi e piccini di uno spicchio importante della loro vita. O forse il Grinch ha cambiato obiettivo perché pare (pare) che a rubare il Natale dei consumi non ce la farà e che dovrà arrestarsi dinanzi alla maggiore forza di pandori e panettoni. E con un numero di contagi tra i trenta e i quarantamila al giorno, morti per Covid da cinquecento in su ogni ventiquattrore, terapie intensive di cui si segnala la forte occupazione, ospedali da campo che sorgono qua e là per far fronte all’emergenza, bisogna pur dire che fa una certa specie leggere anticipazioni su un’Italia interamente zona gialla sotto feste e negozi con orario prolungato per consentire gli acquisti natalizi, mentre sulla scuola poco più di niente, nonostante la ministra Azzolina evidenzi, anche nelle sedi istituzionali, l’enorme rischio educativo associato al prolungamento delle chiusure. 

Tra le tante debolezze della scuola c’è anche questa, forse mai così evidente come in questi terribili mesi della pandemia: la sua anti-economicità, ossia quella caratteristica che, per secoli, era stata percepita come la sua (ineguagliabile) forza culturale, la circostanza che il sapere che trasmette – se ha ancora diritto di cittadinanza, associato alla scuola, il termine “trasmissione” – nell’immediato non si declina secondo le categorie dell’utilità.

La scuola non produce beni materiali di alcun tipo, non crea ricchezza qui e ora, non offre  nessun valore aggiunto nel breve periodo. Tant’è che quando si pensa a una sua “utilità” lo si fa da più parti (è accaduto diverse volte da marzo a oggi) immaginandola come una carta di riserva da giocare a fronte di servizi sociali inadeguati e la si chiama a esercitare un ruolo di supplenza civica nelle forme del badantato, indispensabile perché i genitori dei piccoli alunni possano andare a lavorare (e quindi, loro sì, produrre). Le aule scolastiche scontano, così, la loro “minorità” perché da esse non scaturisce nessun beneficio economico per il presente che sia tangibile e visibile. 

Dal punto di vista dei meccanismi produttivi la scuola rinvia ogni cosa al tempo più lungo del domani o del dopodomani, quando, se va bene, si potranno cogliere i suoi effetti. Molto spesso con l’illusione (e la distorsione) ottica di vedere, quando sarà arrivato, soltanto il puro risultato, dimenticando l’intero percorso precedente (che coincide con gli anni di scuola) e sorvolando sulla trasformazione, potrebbe dire un filosofo aristotelico, della potenza in atto, della crisalide in farfalla.

Insomma, ci si concentra esclusivamente sul traguardo, al quale sembra quasi si sia giunti di colpo e non per effetto del contributo paziente, quotidiano e insostituibile della scuola. Quello sì che conta, perché, per uno di quei “capricci teologici” (Marx) di cui è intrisa la merce, l’inutilità della scuola si è tramutata, alla fine, in somma utilità, in valore, beni, servizi, ricchezza individuale e collettiva. Eppure, basterebbe pensarci: c’è stato un tempo in cui il manager bocconiano persino ignorava l’esistenza dei numeri, l’ingegnere “politecnico” nulla sapeva di linee, punti e superfici, l’avvocato di grido era ancora alle prese con la pura lallazione. Grazie alla scuola, dal baco è venuto fuori il bozzolo, il bozzolo si è trasformato in seta e la seta in valore. L’inutile, nel tempo lungo dei processi educativi e formativi, è diventato “utile” e per capirlo basterebbe avere, come si dice oggi, un po’ di “visione”, quella cosa che per chi fa politica non è semplicemente da cercare, come ironicamente osservava Weber, recandosi al cinematografo. 

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