Le città delle donne

Maurizio Carta di 19 Novembre 2020

Nelle città si sta combattendo una delle più importanti battaglie per l’uguaglianza di genere e per il contrasto a tutte le forme di violenza e prevaricazione sulle donne, oltre che per garantire pari opportunità lavorative che tengano conto non solo dell’aspetto economico, ma soprattutto della conciliazione dei tempi famiglia/lavoro che ancora limitano il potenziale di moltissime donne.

Sono, ormai, più di venti le grandi città – e numerosissime quelle medie e piccole – governate da donne che si propongono come laboratori di nuovi diritti, di innovazione sociale, di sviluppo sostenibile e di rigenerazione umana, e che, attraverso l’iniziativa Women4Climate, mirano a responsabilizzare, entro il 2020, cinquecento giovani donne per intraprendere azioni coraggiose per l’adattamento climatico nelle principali città del mondo.

A Barcelona, per esempio, la Sindaca Ada Colau, con urbanisti e attivisti, sta trasformando le piazze in luoghi di aggregazione ricchi di discussioni politiche, e, con ancora maggiore intensità nell’epoca della Covid-19, sta aiutando le associazioni ad occuparsi dei quartieri, sta facilitando la nascita di proposte urbanistiche e socio-economiche creative e collaborative che recuperino la dimensione umana a partire dal protagonismo delle donne. Spazi civici plurali immaginati da un pensiero diverso, intimamente generativo, che stanno stimolando molte giovani donne a mettere in gioco le loro competenze e vocazioni, ad uscire dalle mura domestiche, spesso pericolose, per agire nello spazio pubblico della comunità.

Nella politica del diverso presente una nuova generazione di donne non si limita più a denunciare, ma si sta impegnando per interpretare e guidare la società, generando democrazia, attivismo, giustizia sociale, economia e leadership femminile, ed assumendo sempre maggiori responsabilità apicali. L’ampliamento del ruolo delle donne nei diversi settori del lavoro non è solo una questione di giustizia o di sensibilità sociale, ma addirittura, sostiene con vigore l’economista Vittoria Bateman nel libro “Sex Factor. How Women Made the West Rich” (2019), il grado relativamente maggiore di libertà di cui hanno goduto le donne in Occidente è il vero segreto per cui questa parte di mondo, per secoli non necessariamente più sviluppata di altre, è riuscita non solo a colmare il divario con il resto del mondo, ma a sorpassarlo. La Rivoluzione Industriale ha cause in larga misura culturali, introducendo valori quali apertura e tolleranza nei confronti delle nuove idee e concorrendo e dare più importanza al merito che al ceto. Con la conseguenza che in Occidente la maggiore libertà delle donne è stata, ed è, essenziale allo sviluppo, perché mette in gioco quel che c’è nella testa delle persone, uomini o donne che siano.

La città delle donne, quindi, non è antagonista, non è una quota rosa urbana, non è solo un grido di parità, ma è una sfida comune per un futuro generativo e non predatorio, per una politica che rifiuti l’approccio prepotente, per coltivare invece la sensibilità – e i vantaggi – dell’ascolto, del dialogo, della compartecipazione e della cura dei luoghi.

La città delle donne è ormai anche una potente piattaforma politica che si sta già manifestando con chiarezza in molte parti del mondo, come descrivo nel mio libro “Futuro. Politiche per un diverso presente” (Rubbettino, 2019). Si è manifestata nella mobilitazione per Bernie Sanders e Elizabeth Warren in Usa e nell’importante affermazione di candidate democratiche decisamente rivoluzionarie rispetto ai loro avversari uomini. A partire dalla ormai celeberrima Alexandria Ocasio-Cortez, la leader della nuova agenda politica democratica, dichiaratamente ambientalista, anche grazie ad un intelligente – e irriverente – uso dei social media, fino alla vicepresidente eletta Kamala Harris, la cui prima dichiarazione è stata proprio in favore delle tante donne che potranno seguirla nelle responsabilità politiche.

Le donne della nuova politica aumentata, aperta e condivisa, governano alcune città-laboratorio: in Spagna Barcellona con Ada Colau (come già detto), in Usa San Francisco con London Breed, New Orleans con LaToya Cantrell e Chicago con Lori Ligthfoot (“orgogliosamente nera e lesbica”, come ama definirsi), in Francia Parigi con Anne Hidalgo, in Olanda Amsterdam con Femke Halsema e poi Tunisi con Souad Abderrahim.

In particolare, a Parigi la Sindaca Hidalgo, di matrice socialista e già assessore alla Parità, alla Banca del Tempo e all’Urbanistica, sta portando nel governo della città la sua militanza progressista, rinnovando profondamente la politica urbana con una visione personale e innovativa del riformismo, introducendo, per prima, la città dei 15 minuti, che è anche una città che pensa al femminile e che torna a prendersi cura degli spazi di prossimità, che abbiamo scoperto essere preziosi nel tempo del confinamento.

In una maggiore dimensione politica, la nuova presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha immediatamente impresso una sterzata verso il diverso presente e, fin dal suo discorso di insediamento al Parlamento Europeo, lavora ad un piano articolato per costruire nei prossimi anni una “nuova Europa”, più equa e innovativa, anche a partire da una parità di genere proattiva.

Anche il progetto urbano si sta radicalmente innovando attraverso architette e urbaniste che guardano con occhi diversi e agiscono con mani accurate per ridisegnare le città.

Nel diverso presente della politica serve una nuova generazione di donne che si impegnino per interpretare e guidare la società, discutendo di democrazia, attivismo, giustizia sociale, economia e leadership femminile e assumano sempre maggiori responsabilità apicali, e in diverse parti del mondo stanno sorgendo occasioni, reti e luoghi di formazione e sviluppo di una cultura politica femminile. In Italia voglio segnalare la Fondazione Bellisario dedicata alla valorizzazione del talento delle donne, che nel 2011 ha promosso la promulgazione della prima legge sulle quote di genere, diventata un modello per tutta l’Europa. La Global Thinking Foundation presieduta da Claudia Segre che dal 2016 sostiene e promuove iniziative e progetti che abbiano come obiettivo l’alfabetizzazione finanziaria rivolta essenzialmente a soggetti indigenti e fasce deboli. E, più recente, Prime Minister, la scuola di politica per giovani donne dai 13 ai 19 anni, fondata con visione e coraggio a Favara da Florinda Saieva di Farm Cultural Park e Denise Di Dio di Movimenta.

La vera uguaglianza di genere, le pari opportunità e la lotta contra la violenza sulle donne è una sfida che ci riguarda tutti, uomini e donne. Perché, come scrive Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice e attivista nigeriana, “dovremmo essere tutti femministi”, coltivando un pensiero differente, più complesso, più equo e giusto, capace di farci comprendere meglio le esigenze del mondo, e quindi di guidarci con maggiore sicurezza verso un futuro migliore.

La politica delle donne non è diritto da rivendicare o un’eccezione da premiare, ma deve diventare l’orizzonte del nostro comune futuro, uomini e donne. A partire dalle città.

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