Soluzioni per la scuola su misura per Milano

Tonino Ceravolo di 15 Novembre 2020

Un problema non nuovo quando si guarda alla vita pubblica in Italia è che questa viene di frequente pensata e immaginata secondo un’ottica che, comunemente, si definisce centralistica. Scarsa attenzione per le periferie, scarsissima per le zone interne (costituisce una recente eccezione la Strategia per le aree interne), sguardo poco concentrato verso tutto ciò che sta ai margini. 

Ne discende, tra le tante, una conseguenza di un certo rilievo: quando si propongono soluzioni rispetto a un problema che ha dimensioni nazionali queste, tuttavia, sono non di rado formulate avendo come inespresso presupposto quelle realtà che da più punti di vista sono notoriamente centrali, perché urbane, discretamente o ben dotate di pubblici servizi, con un livello apprezzabile di benessere, in possesso di un’accettabile e sufficientemente diffusa attrezzatura culturale (fatti che, ovviamente, non implicano che pure queste realtà non abbiano le loro zone d’ombra e i loro, talvolta non insignificanti, mal funzionamenti). 

La cosa è così scontata che spesso i protagonisti del dibattito pubblico neppure sono consapevoli di tale inespresso presupposto: agisce sotto traccia rispetto ai loro interventi e ha la forza di un modello talmente interiorizzato da porsi quasi come naturale. Si parla dell’Italia e per l’intera Italia si propongono soluzioni, ma, all’evidenza, quelle soluzioni sono tarate su Milano, Torino e Roma, nonostante il territorio nazionale non sia tutto Milano, tutto Torino e tutto Roma. Anzi. 

Se ne ha un recentissimo esempio, senza bisogno di ulteriori aggiunte, in un articolo che Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, ha scritto per “Repubblica” del 13 novembre, avanzando soluzioni su “tre fronti” per scongiurare il lockdown della scuola come avvenuto da marzo a giugno appena trascorsi. 

Gavosto invoca, tra le soluzioni, un’apertura continua delle scuole, in grado di garantire lezioni per piccoli gruppi stabili, ingressi e uscite davvero scaglionati, turni e paventa la possibile contrarietà dei sindacati dinanzi al fatto che i docenti, pur retribuiti, dovrebbero lavorare per più ore. Giusto e condivisibile, si potrebbe dire, logico e del tutto ragionevole, se non fosse che la soluzione di Gavosto non fa i conti, esattamente come altre proposte pressoché identiche dei mesi passati, con il proprio inespresso presupposto “centralistico” dando di fatto per scontato che, se il ministero lo volesse e pur dovendo scontare l’opposizione sindacale, la proposta sarebbe non solo realizzabile, ma praticamente a portata di mano. 

Se l’Italia fosse Milano, si potrebbe, però, osservare, o almeno l’hinterland milanese e torinese o anche la caotica Roma degli autobus Atac che ogni tanto prendono fuoco. Nell’Italia ai margini (geografici, economici, culturali), invece, spesso gli autobus, puramente e semplicemente, non ci sono o almeno non in misura tale da potersi porre al servizio dell’organizzazione scolastica, né in tempi ordinari e nemmeno in tempi pandemici. 

È un’Italia, solo a conoscerla un poco, nella quale studentesse e studenti, soprattutto se di scuola superiore, fanno i salti mortali per raggiungere le sedi scolastiche, si svegliano al cantar del gallo e se perdono una corsa (spesso l’unica adibita alla bisogna) rimane soltanto l’autostop per il rientro al domicilio. Una corsa, al massimo, di primo mattino e un’altra nel primo pomeriggio, giusto per imbarcare alla svelta gli studenti pendolari più veloci. E senza autobus… addio scuole aperte di continuo, mattina e pomeriggio e sera, addio maggior carico di lavoro (e maggiore retribuzione) per i docenti. Persino l’opposizione sindacale ne uscirebbe vanificata. Per mancanza della materia prima. 

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