Le tasse sono bruttissime. Anche sullo smartworking

Paola Liberace di 14 Novembre 2020

Privilegiati. Questo sono, secondo l’ottica degli analisti della Deutsche Bank, i lavoratori che in tempi di lockdown hanno potuto continuare la loro attività da remoto, e che vorranno verosimilmente continuare a farlo anche in tempi di “new normal” – vale a dire, quando la pandemia sarà passata. E quindi, se di privilegio si parla, va trattato come tale: addebitandogli il costo del sostegno a chi, invece, non può godere delle stesse condizioni, nonché a chi è stato danneggiato economicamente dalle chiusure, che hanno reso impossibile distribuire prodotti ed erogare servizi. Insomma, gli smartworker, che risparmieranno su trasporti, tramezzini e baby sitter, dovrebbero finanziarli con una tassa.

Le proposte sull’impiego dei fondi raccolti dallo Stato attraverso questa nuova forma di prelievo sono particolarmente significative. Da un lato si tratta, infatti, di supportare le persone “improvvisamente spiazzate da forze al di fuori del loro controllo”: e a questo proposito, excusatio non petita, l’autore dell’analisi si sente in dovere di precisare che non si tratta semplicemente di “sussidiare i business che non hanno un futuro a lungo termine” – alla stregua, come ha fatto notare Giovanni Scansani, dell’altrettanto famigerata e insensata “tassa sui robot” -, ma di “dare una mano” ai più sfortunati, che dovranno riprogettare il loro percorso lavorativo. Una posizione solidarista degna del filantropismo ottocentesco, e ben diversa dalla solidarietà.

Dall’altro lato – visto e considerato, precisa il rapporto, che chi può permettersi di lavorare da remoto è quasi sempre un lavoratore di fascia alta, per lo meno reddituale – lo scopo dichiarato è quello di assegnare un riconoscimento pecuniario a chi svolge mestieri non remotizzabili, che sono – di nuovo – solitamente peggio retribuiti, in nome del debito morale contratto da coloro che sono abbastanza fortunati da potersi “disconnettere” dalla presenza in ufficio.

Una sorta di risarcimento proletario, insomma, motivato da un concetto di equità abbastanza astratto da non tenere conto, per esempio, dalla consistenza del contributo fiscale che grava, già allo stato attuale delle cose, sui suddetti redditi alti. Nel nostro paese, peraltro, questo contributo finanzia molti degli stessi servizi – primi tra tutti i trasporti – di cui i “privilegiati” non usufruiscono più: eppure nessuno mi pare si sogni nemmeno lontanamente di prevedere una qualche forma di restituzione.

Se non si sapesse che il report proviene dall’ufficio studi della principale banca dello Stato più industrializzato d’Europa, si potrebbe credere di avere a che fare con il contenuto di un manifesto veterosindacale o di un volantino pararivoluzionario. Riflettendo meglio, tuttavia, emergono linee di continuità che aiutano a collocare la surreale tesi degli analisti tedeschi in un quadro storicamente e geograficamente coerente con una cultura dell’imposizione fiscale in fondo lontana dalla tradizione liberale.

Più in generale, ogni nazione ha risposto alle trasformazioni connesse all’avvento dell’Industria 4.0 in linea con la propria tradizione: basti pensare alla Francia, patria della codifica positiva dei diritti, che di fronte alla prospettiva di un lavoro sempre più volatile, mobile, pervasivo per prima ha legiferato sul “diritto alla disconnessione”. Vale appena la pena di ricordare che in Italia il frutto maturo delle riflessioni sulla trasformazione del lavoro di fatto è stato il reddito di cittadinanza – e nel contesto della deriva neostatalista cui assistiamo potrebbe essere forte la tentazione di cogliere l’occasione al balzo per imporre un’altra tassa “bellissima”.

Il ripiegamento rappresentato dalla proposta degli analisti di Deutsche Bank si manifesta nella Germania, che nel 2011 ha tenuto a battesimo, se non addirittura generato, la quarta rivoluzione industriale, ma che da allora si è confrontata con un’evoluzione sociale ed economica solo in parte corrispondente alle aspettative. Ecco allora, specialmente di fronte all’incertezza sul futuro, riemergere un imprinting nazionale più forte dei tentativi di integrazione, di progettazione comune, di unificazione della prospettiva in un piano di crescita che conviva con il graduale governo della transizione, di cui parla Luca Pesenti. E invece, per affrontare e gestire le sfide dell’innovazione sarebbe forse necessario parlare e pensare già europeo; di certo, è indispensabile cominciare a parlare e pensare liberale.

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