Se l’educazione al welfare è un gioco da ragazzi

Paola Liberace di 30 Ottobre 2020

A chi non piace giocare? L’attitudine ludica è talmente radicata nell’uomo da dilagare ormai, ben oltre i momenti di gioco strettamente intesi, in ambiti variegati, che hanno saputo approfittare della sua forza. E quello della formazione è senza dubbio uno di questi ambiti: sono sempre più numerosi i percorsi didattici che contemplano l’integrazione di dinamiche tratte dal gioco a finalità educative.

Nessuna sorpresa, dunque, se “gamification” è stato insieme a “formazione” e “digitale” il termine maggiormente ricorrente nel webinar “Educare al welfare ai tempi della digitalizzazione”, organizzato il 29 ottobre da Mefop S.p.a., tra le iniziative del Mese dell’Educazione Finanziaria, promosse dal Comitato Edufin. Il termine, che indica la traslazione di componenti originarie del mondo ludico verso contesti diversi e lontani, è comparso più volte in particolare nel confronto guidato da Marco Lo Conte, del Sole 24 Ore, a cui ho partecipato insieme alla prof.ssa Barbara Alemanni, che della finanza comportamentale ha fatto il suo oggetto privilegiato di ricerca.

Il gioco, in sostanza, potrebbe essere la risposta alla domanda su come avvicinare ai temi della finanza e del welfare un gruppo sociale che, ancor più del resto degli italiani, è scarsamente dotato di conoscenze e competenze in merito: quello dei millennial, o generazione Z.

Si tratta di persone da poco affacciatesi alla vita lavorativa, e assai poco familiari con tutto quello che riguarda gestione e investimenti – anche e soprattutto se indirizzati alla previdenza, in particolare quella integrativa. Di fronte alla prospettiva di destinare una parte delle loro attuali entrate a questo scopo, non è infrequente che questi soggetti preferiscano, per così dire, l’uovo oggi alla gallina domani; specialmente se l’uovo è piccolo e tutt’altro che garantito quotidianamente. Fuor di metafora, sulle scelte di questi giovani pesano la fragilità finanziaria del presente e l’incertezza sul futuro, come chiarisce bene una ricerca sull’approccio dei millennials alla finanza personale, condotta da PWC in collaborazione con il George Washington Global Financial Literacy Excellence Center (GFLEC).

Se il linguaggio della finanza è lontano dai giovani, quello digitale lo è decisamente meno – per quanto vada sempre ricordato che si parla meramente di abitudine all’utilizzo di interfacce: quando si parla di competenze digitali più sostanziali, infatti, gli italiani tra i 16 e i 24 anni non fanno una figura granché migliore, visto che il nostro paese si posiziona al quartultimo posto nella classifica delle digital skills stilata da Eurostat e basata sullo standard DigComp.

I millennial, più in generale, sono heavy users di dispositivi, ma non necessariamente consapevoli del loro funzionamento, né abili in compiti più complessi del semplice “smanettamento” quotidiano. Lo sanno bene i big tech, specialmente statunitensi, che hanno fatto della facilità e dell’immediatezza d’uso delle loro piattaforme il segreto del successo. Di più: i social network, così come le altre app presenti su ogni dispositivo mobile, sono un continuo, e irresistibile richiamo al presente, esattamente la dimensione più congeniale per i giovani.

La sfida dell’educazione al welfare e alla finanza, nelle parole del presidente di Mefop Mauro Marè, è allora quella di “presentificare” il futuro: di renderlo almeno altrettanto attrattivo e degno di essere scoperto rispetto alla divertente quotidianità digitale. È in questo senso che la formazione deve diventare un gioco da ragazzi, mettendo a frutto le lezioni già imparate sulle strategie di apprendimento e sulle tecniche migliori per valorizzare i punti di forza degli ambienti online. Tra questi, molti già messi in pratica negli svariati programmi di Mefop, come ha spiegato la responsabile Damiana Mastantuono: la personalizzazione del contenuto, la disponibilità continua, “anywhere, anytime”, ma anche la parcellizzazione delle unità formative, sempre più brevi per adattarsi al ridotto span attentivo dei destinatari. Sembrerebbe una resa, e invece è un modo per cogliere un’opportunità: perché il formato bitesize è la precondizione della capacità di infiltrarsi negli interstizi della giornata, trasformando anche solo un breve momento di pausa in un’occasione per acquisire informazioni e realizzare valore – per il presente, ma soprattutto per il futuro.

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