Il Celeste

Fabio Andina di 20 Ottobre 2020

Su in montagna erano ancora i tempi in cui si poteva lasciare le porte aperte. E per aperte intendo dire aperte, spalancate. A meno che non faceva troppo freddo o tirava bufera. Ed erano anche i tempi di bambini nei prati a giocare e di anziani fuori dal bar a chiacchierare e a prendere il fresco dopo cena. Il Celeste, però, nonostante fosse figlio di quei tempi, era un uomo, come dire… fuori dal tempo.

Abitava in una piccola cascina che era stata una stalla. Le dimensioni giuste per sei vacche. Nel mezzo del pavimento c’era ancora il canale di scolo. Sorgeva sopra al paese oltre la pineta a un’ora di marcia ed era una costruzione fuori dal tempo come il suo padrone. Per dirne una, la porta non c’era. Nelle notti di tormenta, il Celeste appoggiava all’uscio una grande tavola per non fare entrare il vento.

Dormiva dove capitava. D’estate fuori sull’erba. D’inverno si avvolgeva nelle coperte militari e si tirava vicino all’angolo dove cucinava. Accendeva il fuoco sul pavimento in sassi che rimanevano caldi per tutta la notte. Il fumo saliva ad annerire tutto prima di uscire dagli interstizi fra le piode e le travi del tetto. Ogni tanto gli entrava l’acqua. Finito il temporale, saliva a sistemare le piode.

Si avvicinavano le elezioni comunali. Un sabato, mentre il Celeste era via, il sindaco era salito con un asino carico di lunghi tubi di gomma ed era rimasto l’intero giorno a lavorare per tirare l’acqua in cascina da un torrente. E poi la sera al bar s’era vantato d’avere finalmente reso in parte abitabile la casa del Celeste. Ma a lui la politica stava sui coglioni. Allora, aveva smontato il lavandino e il rubinetto e aveva continuato ad andare al torrente quando ne aveva bisogno. Era una questione di principio.

D’inverno, il prevosto si preoccupava e mandava sempre su un qualche ragazzo a controllare se tutto andava bene. Va su un po’ a vedere se quel poro disgraziato è ancora vivo, diceva, e se c’ha mica bisogno di qualcosa. Vai, vai, poi ritorna e vieni a riferire. Dopo la messa, mi toglievo la tunica di chierichetto e partivo.

C’era il sole. In mezzo alla neve fresca, la cascina del Celeste sembrava quelle case di marzapane delle fiabe col tetto ricoperto di zucchero. Il fumo usciva dal buco di neve grigia all’angolo. Celeste, avevo chiamato. Avevo messo dentro la testa e l’avevo visto.

Era riverso a terra davanti al fuoco, gli occhi spalancati e la lingua penzoloni. Ero corso a chiamare aiuto. In un attimo s’era sparsa la voce che il Celeste era morto. Tutto il paese s’era messo in cammino, come la processione della Madonna.

Seduto alla tavola, quella che usava anche per tenere fuori il vento, mangiava con un grosso cucchiaio direttamente dalla pentola. Il sindaco e il prevosto, i primi a farsi sull’uscio, lo fissarono come se all’improvviso avessero visto qualcosa che un attimo prima non c’era. Poi fissarono me e poi di nuovo il Celeste. Cosa c’è, chiese il Celeste. No, niente, volevamo salutare, disse il sindaco.

Il Celeste allungò il collo per guardare oltre le spalle del sindaco e del signor prevosto. Tutto il paese accalcato che borbottava. Ridacchiò, infine mi guardò e mi fece l’occhiolino.

Sarà anche stato un tipo fuori dal tempo, ma però almeno aveva il senso dell’umorismo. Quando due inverni dopo morì per davvero, si fece incidere sulla lapide questa frase: “Non sono morto, sono solo andato da un’altra parte.”

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