Una geo-politica tettonica

Guido Lenzi di 19 Ottobre 2020

È in corso un riordinamento radicale della geopolitica planetaria, con il quale dovremmo deciderci a fare i conti. Non soltanto rispetto all’atteggiamento assertivo di anacronistiche superpotenze, ma per lo stesso riassestamento in corso dei rapporti fra i tanti altri attori che affollano ormai la scena mondiale.

Sotto gli occhi di un Occidente diventato indifferente, apparentemente rassegnato, si sta svolgendo un nuovo Grande Gioco: allo ‘heartland’ (cuore terrestre) evocato da Mackinder, si va contrapponendo la ‘rimland’ (dimensione marittima) segnalata da Spykman. Una direttrice, quest’ultima, che la Cina ha aggiunto ai suoi tradizionali rapporti con il mondo esterno.

Da ventre molle dell’URSS, l’Asia centrale è tornata ad essere la spina dorsale del collegamento con l’Oriente, con la riapertura in senso inverso dell’antica ‘via della seta’: dalla Turchia all’ Armenia, fino al Tagikistan, crocevia fra Afghanistan, Pakistan e Cina, dove la Mosca dispone della sua più grande base militare all’estero, mentre Pechino si è impossessata della metà del suo debito pubblico.

Presa di mira dall’improvvisa proiezione marittima cinese, anche l’Africa sub-sahariana va scuotendosi dal suo sonno millenario. La stessa America Latina, che la Dottrina Monroe ha a lungo estromesso dagli affari mondiali, non può più stare a guardare, né limitarsi a contestare l’egemonia ‘yankee’. Giunti al termine del ‘Secolo americano’, dobbiamo tutti arrangiarci.

Antiche linee di faglia, a lungo compresse in questo intero dopoguerra, stanno riemergendo come placche tettoniche che destabilizzano l’intero sistema dei rapporti internazionali, che la globalizzazione dovrebbe invece indurci a ricomporre.

Lo dimostra la comparsa di molti eventi traumatici, dalla lontana Corea del Nord al Caucaso estremo lembo della Cristianità, ad un Mondo arabo sconnesso, alle sabbie del Sahel, fino al Venezuela. Situazioni tutte in cui è ‘la coda a dimenare il cane’, sfuggite come sono al controllo delle presunte superpotenze.

Né si può ritenere che possa sopperirvi un multipolarismo fra sfere di influenza di dimensioni sub-continentali, in opposizione al multilateralismo compartecipativo che parrebbe indispensabile per riassestare equamente gli equilibri mondiali.

Una qualche reattività va manifestandosi nell’Indo-Pacifico, con l’emergente levata di scudi di tutti i paesi rivieraschi, asiatici, nord e sud americani, australi, nei confronti dell’espansionismo cinese. Parimenti utile sarebbe l’istituzione di una comunità pan-atlantica, estesa ai paesi latino-americano e africani che su quest’altro oceano si affacciano. In una riedizione, rivista ed aggiornata, della strategia marittima di Spykman, piuttosto che nella sclerosi di antiche contrapposizione terrestri.

Quel che rimane preoccupante è che la Storia, tutt’altro che ‘finita’ come alla caduta del Muro disse qualcuno, è ripresa più virulenta che mai. Che i valori dell’internazionalismo liberale, fondati sull’illuminismo cosmopolita, registrati nella Carta di quelle che si vollero ‘nazioni unite’, si stanno dissolvendo persino in quell’America che per due secoli ne è stata custodi e promotrice. La cui vocazione missionaria pare essersi esaurita. 

Evidenziando l’evanescenza dell’Europa , non soltanto nel suo più immediato vicinato, ma maggior ragione in terre più lontane, dai nomi spesso impronunziabili, che la Storia aveva nei secoli sepolto, ma che le aspirazioni egemoniche altrui hanno inopinatamente riportato al proscenio,

Quel che manca è una strategia d’assieme, in grado di riassorbire il disorientamento che pervade le società nazionali, quanto la frammentazione della scena internazionale. Un’ecologia di ordine anche politico e sociale. “Fratelli tutti”, è stato detto.

L’Italia non ha mancato di piantare qualche bandierina in ‘terre assai lontane’, dai pozzi petroliferi dell’Azerbaigian all’imponente diga idroelettrica in Tagikistan. Iniziative certo più concrete dell’ambiguo ‘memorandum d’intesa’ con Pechino, e del dialogo sussultorio con Mosca. Senza quindi una strategia d’assieme.

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