La “secondità” della scuola nell’Italia del coronavirus

Tonino Ceravolo di 19 Ottobre 2020

“Priorità” dovrebbe essere un termine dal significato inequivocabile. Vuol dire (c’è bisogno di evidenziarlo?) qualcosa che viene prima del resto, che si trova al primo posto e che, tautologicamente, non può essere seconda a niente e a nessuno. Ma in Italia accade (e forse bisognerebbe produrre un inventario di quante volta accada) che tra le parole e le cose vi sia uno scarto, uno scollamento e una divaricazione tali da far sì che le une e le altre non coincidano, che le cose testimonino e rivelino il contrario (o quasi) di ciò che le parole hanno detto. Insomma, le parole vanno da una parte e le cose dall’altra e non si può fare a meno di  osservare, con una certa frequenza, un avvilupparsi nel puro nominalismo, coltivando l’illusione che una cosa detta sia per questo anche una cosa fatta. 

Così, da mesi, succede che la scuola venga proclamata da più parti come una priorità (e davvero dovrebbe esserlo), ma, almeno in taluni casi, con una serie di inespresse riserve mentali che, di fatto, ci sia perdonato il bisticcio linguistico, la pongono come una “secondità” o “terzietà”. Tanto che a fronte del massiccio e tenace impegno estivo del personale delle scuole (sostenuto anche dalle risorse economiche ministeriali da gestire direttamente e forse per la prima volta in questa misura) per mettere in sicurezza aule e spazi, stilare “protocolli” per la ripresa, contattare l’universo-mondo degli enti locali per raccattare qualche stanza in più, forte rimane il dubbio su cosa sia stato fatto extra scholam per creare un contesto quanto più favorevole alla sua ripresa di settembre.

A ben vedere, si sarebbe dovuto creare intorno alle aule, sembra proprio il caso di dirlo, una sorta di cordone sanitario, fatto di trasporti potenziati (e non certo nel senso di aumentare la loro capienza all’80%, con il rischio, non remoto, di far crescere i contagi), medicina scolastica, screening a tappeto per alunni e personale, coinvolgimento quotidiano di associazioni di volontariato, come la Croce Rossa, a supporto di istituti e famiglie. 

Una rete di sostegno, una cintura protettiva, per scongiurare nuove e drammatiche chiusure (e ha ragione la ministra Azzolina nel difendere le scuole aperte dinanzi alle richieste in senso contrario), perché di una catastrofe educativa porteremmo tutti (famiglie, società civile e Stato, per usare una ben nota triade) il peso devastante per chissà quanti anni.

E invece quello che si sente dire è che i locali aperti sino alle prime ore del mattino non c’entrano con la diffusione del virus (e basterebbe far notare che è del tutto evidente come le aperture notturne abbiano una precisa responsabilità, visto che, al mattino, chi studia o lavora non se ne va certo in giro ad assembrarsi nei locali), che l’imperfetto rispetto delle regole nei comportamenti individuali è una scusa bugiarda di chi lo denuncia perché gli italiani si dimostrano campioni di senso civico, che negli esercizi commerciali e nei luoghi di ritrovo si scorgono solo indefessi alfieri dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico, come se mai nessuno avesse visto, a puro titolo di esempio, clientela senza mascherina aggirarsi nei supermercati o tavolini di bar affollati oltre ogni opportuno senso del limite. E allora, verrebbe da dire, tanto vale chiudere le scuole e lasciare aperto tutto il resto senza alcun limite di nessun tipo, per poi riparlarne da qui a un po’ di anni e vedere quanti medici, professori, ingegneri si saranno, nel frattempo, persi per strada o saranno giunti al termine del loro cursus studiorum con qualche conoscenza e competenza in meno. Esattamente ciò che nessuna società, nelle parole e nei fatti, nei comportamenti individuali e in quelli collettivi, dovrebbe augurarsi che possa accadere. 

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