Il grande inquinatore

Guido Lenzi di 3 Ottobre 2020

Il politologo Sergio Fabbrini ha osservato che “Trump parla in nome di un’America bianca che non accetta di essere minoranza, mentre Biden dà voce ad un’America multicolorata, in cui tutti sono minoranza. L’America di Trump è minoritaria ma coesa; l’America di Biden è maggioritaria, ma disomogenea”. A un mese dall’elezione presidenziale, non si poteva dir meglio.

Ciò significa purtroppo che, qualunque ne sia l’esito, Trump avrà comunque fatto emergere la sopravvenuta polarizzazione di una nazione che, dalla sua fondazione, si era presentata come crogiuolo politico e sociale, come custode e alfiere dei principi dell’Illuminismo. Nella contrapposizione, all’interno come verso l’esterno, fra la verticale autoritaria della ‘legge e ordine’ e l’orizzontale democratica della ‘inclusione’, fra l’autoritarismo e la democrazia. Nella discriminazione fra i discendenti degli originari pellegrini WASP e i tanti immigrati attratti dalla Statua della Libertà.

Il primo dibattito fra i due contendenti, ridottosi ad una sceneggiata, ne ha fornito l’estrema testimonianza, nell’avvilente riedizione di quelli svoltisi quattro anni fa con Hillary Clinton Un’esibizione, quella trumpiana, deliberatamente rivolta ad aizzare piuttosto che persuadere un elettorato impermeabilizzato alla dialettica democratica. Nel progressivo dissolversi della ‘decency’ che dall’origine ha caratterizzato quella società, di quel pacato confronto nel rispetto delle opinioni altrui, nel  quale consiste  la civiltà politica anglosassone, fondata in America sulla Costituzione, oltre che sulla ‘common law’.

Se riuscirà ad emergere dal labirinto del sistema elettorale americano, Biden avrà quindi l’arduo compito di rimettere assieme i cocci di quattro anni di un’amministrazione che ha acuito, per sfruttarle, le diversità di una nazione territorialmente, socialmente ed etnicamente eterogenea. Tenuta assieme da un ideale invece che da un’identità etnica, in quel contratto sociale che lo stesso Renan identificava nel ‘voler vivere assieme’.

Il che dimostra peraltro quanto, in una nazione scopertasi plurale al suo interno e sovraesposta sulla scena internazionale, si trova oggi confrontata ai medesimi dilemmi delle altre democrazie ‘aperte’. Che dovrebbe pertanto risolversi a lasciarsi coinvolgere in rinnovate alleanze, non più soltanto di ordine militare, fra nazioni animate dalle medesime intenzioni. Nel consolidamento dello strumento multilaterale, da opporre al riemergere di tanti nuovi regimi autoritari.

E’ come se, da protettrice dell’Europa, l’America si trovasse all’improvviso bisognosa di ritrovarsi nella solidarietà delle altre nazioni ‘aperte’, dall’Europa all’Australasia. Un rivolgimento che dovrebbe servire a reintegrare diversamente lo stesso sistema internazionale, altrimenti sconnesso.

Facebook Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »