Settembre, andiamo, è tempo di tornare

Tonino Ceravolo di 9 Settembre 2020

È cominciato da poco quello che Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, ha definito “l’anno scolastico più difficile del dopoguerra” e già si desidererebbe quasi che presto finisca. Non ci vuole molto a trovarsi d’accordo con Giannelli. Da qualsiasi lato si osservi questo ricominciamento, e pur mettendo la dose massima possibile di ottimismo della volontà, quel che si vede è un groviglio di problemi, un viluppo non semplice da sciogliere. 

Uno “gnommero”, avrebbe potuto definirlo il Gadda del Pasticciaccio. Un garbuglio di questioni ancora irrisolte o difficili da risolvere o appena in via di soluzione, dinanzi alle quali persino il Pangloss di Voltaire si ritrarrebbe disarmato. 

Come si dice, tutti i nodi vengono al pettine e se quei nodi, oggi, si rivelano così fitti e consistenti è perché si tratta di nodi antichi, poco e male affrontati, intrecciati in decenni di (cattive) politiche sulla scuola non raramente all’insegna, nell’avvicendarsi delle diverse stagioni, del navigare a vista, senza fari a cui rivolgere lo sguardo e senza bussola. 

Tanto che (un solo esempio può bastare), nell’inconsistenza di seri investimenti nell’edilizia scolastica (che vuol dire spazi idonei e sicuri al chiuso e all’aperto, palestre, laboratori), adesso, dovendo contenere una pandemia, si impone un suo pallido surrogato che si chiama “edilizia leggera”e vuol dire (in soldoni) qualche parete abbattuta, una porta spostata e altri radicali interventi del medesimo tipo. 

Messa diversamente: si fa il presepe con i pastori che ci sono e il pane con la farina che si ha. E altro, bisogna pur dirlo, non si potrebbe forse fare e certamente non su due piedi, tranne che per i maghi del bidibibodibibu, che tante volte occupano comode platee televisive e hanno ricette persino per i cibi non commestibili. 

Non è e non sarà facile affrontare le mille situazioni di ogni giorno: l’ampia (amplissima) gamma della sintomatologia riconducibile al virus, le mascherine da mettere e poi da togliere e poi da mettere di nuovo (e quando una situazione deve dirsi “statica” e quando “dinamica”), i banchi singoli, doppi e innovativi (con le ruote ruotanti che tante ironie hanno suscitato), i lavoratori fragili che forse fragili non sono o almeno non tutti quelli che pretenderebbero di esserlo, in bilico tra lavoro agile e diverse mansioni. E i mezzi di trasporto che devono riempirsi per metà o forse all’80% e che quando percorrono tratte che non superano i 15 minuti possono pure mantenere la tipologia uovo, senza che nemmeno un pelino possa infilarsi tra un alunno e l’altro. 

E il CTS e l’ISS e l’INAIL e tutte le altre infinite sigle, sopra tra tutte quella probabilmente più invisa e che di nome fa DPCM, ognuna con cento protuberanze documentali, che va già bene quando non bisogna assoldare un maestro di esegesi per capirci qualcosa. E la distanza fisica tra le persone poeticamente declinata come “distanziamento sociale” e quell’altra “distanza”preceduta dalla parola didattica che a un certo punto diventa (la didattica, non la distanza) digitale e pure integrata, un po’ sincrona e un po’asincrona, e le classi-pollaio, origine e fonte di tutti i mali, con i bambini e gli studenti appiccicati l’uno all’altro, peggio che in discoteca quest’estate o allo stadio durante Inter – Milan. E il naufragar non m’è dolce in questo mare. 

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