Il codice della strada internazionale

Guido Lenzi di 9 Settembre 2020

C’è chi oggi sostiene che le Nazioni Unite sono un’organizzazione inutile perché impotente di fronte alle tante crisi mondiali. Nell’implicita invocazione di un impossibile governo mondiale, sovraordinato agli Stati, che possa rimediare al loro evidente disorientamento.

È della riproposizione di un Codice della strada che si dovrebbe piuttosto trattare, destinato a regolare il traffico internazionale. A beneficio indiscriminato di tutti gli Stati, nei loro diversi percorsi.

Alcuni accordi internazionali hanno la natura di Trattati, che dispongono obblighi contrattuali, giuridicamente vincolanti: ‘pacta sunt servanda’, quanto meno ‘rebus sic stantibus’. Quelli che Trump ritiene di poter imporre. Altri invece, come appunto lo Statuto dell’ONU (o l’Atto Finale di Helsinki per l’OSCE, che rappresenta il clone europeo dell’ONU), stabiliscono degli impegni politici, limitandosi a stabilire comuni regole di comportamento; e richiedono pertanto l’operante consenso dei firmatari.

Ogni istituzione multilaterale altro non è che uno strumento, un veicolo a disposizione di chi desidera utilizzarlo per raggiungere più convenientemente una destinazione. Denigrare le Nazioni Unite equivale a dire che un’automobile tenuta in garage, con le gomme a terra, le candele sporche, e senza benzina, non funziona. 

Oltre a rimetterla in condizioni di marcia, bisognerebbe peraltro soprattutto decidere dove vorremmo andare. E disporre di una carta geografica attendibile delle strade più convenienti da percorrere per giungere a destinazione. Una rapida lettura della Carta firmata a San Francisco nel 1945 fornirebbe le indicazioni necessarie.

Il Consiglio di Sicurezza, che ne rappresenta il motore, l’organo di governo paralizzato nei decenni della Guerra fredda, fatica a funzionare, per l’atteggiamento riluttante di due dei suoi cinque membri permanenti, dotati di diritto di veto. Diversamente ‘predatori’, è stato detto, invece che compartecipi. Mentre l’Europa non può far altro che stare a guardare.

La Russia si contrappone all’intero sistema internazionale, contestandone le regole piuttosto che operare per tutelarvi i propri interessi. La Cina, all’opposto, vi si insinua, per condizionarne  l’operato: ha aumentato esponenzialmente il suo contributo finanziario al bilancio e alle ‘operazioni di pace’, e conquistato la direzione di quattro delle quindici agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

Non può quindi sorprendere che la denuncia delle violazioni delle norme di comportamento internazionali non possa avvenire ad opera delle organizzazioni che le hanno stabilite, ma siano lasciate alla discrezione di singoli governi. Rendendola materia di trattazione intergovernativa, invece che di sanzioni decretate da organismi internazionali.

Ne fanno le spese anche Navalny e gli abitanti di Hong Kong. 

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