Poliferie: un’agenda di futuro

Maurizio Carta di 18 Agosto 2020

Torno a parlare di periferie, anzi di “poliferie” come preferisco chiamarle. Nel precedente post concludevo che non bastano una visione seducente e un nuovo lemma a far cambiare la direzione di declino delle aree marginali delle città o del paese, ma serve un’agenda di politiche e azioni, di collaborazioni e facilitazioni, di attori e agenti, perché dalle intenzioni si passi alla concretezza delle azioni per dare un diverso futuro possibile alle poliferie.

Le poliferie, infatti, se le guardiamo con nuovi occhi, posseggono preziose riserve di identità e futuro, depositi di patrimonio e creatività, essenziali per pianificarle e progettarle come organismi vitali in evoluzione, non solo come criticità da risolvere. Queste cellule di vitalità hanno resistito ai mutamenti e al consumo famelico (frammenti del paesaggio agricolo, parti di infrastrutture, quartieri in riconversione funzionale, paesaggi in trasformazione e fabbriche dismesse) e consentono oggi alle città di assumere forme più elastiche, meno resistenti all’innovazione e più adattive.

Sono preziose riserve che devono essere utilizzate per attivare processi di resilienza, ecologica e sociale, in grado di affrontare con successo un maggior numero di problemi interagenti, di impegnare la pluralità di attori e i diversi arcipelaghi sociali nelle decisioni e di attuare forme di governance capaci di equilibrare la concorrenza tra città centrale e cintura insediativa in una relazione ecosistemica.

Serve, però, una nuova politica urbana e territoriale volta a rafforzare la qualità, la connettività e la competitività degli ecosistemi sociali e culturali attraverso l’adozione di strategie capaci di valorizzare le potenzialità del territorio (storia, risorse, connessioni e, persino, brand) e di favorirne l’integrazione con dimensioni sovralocali per aumentarne sia la massa che l’ampiezza, e quindi la potenza.

Non va trascurata, ad esempio, l’importanza degli interventi per l’ampliamento e il rafforzamento del capitale umano e dei livelli di competenze e professionalità disponibili, agendo sulla formazione e sulla ricerca nonché sulla facilitazione dell’interazione tra gli attori all’interno dell’ecosistema periferico e tra quelli inter-ecosistemici, anche attraverso la nascita di nuovi soggetti di intermediazione (agenzie di sviluppo, società miste, advisor,  associazioni, patti di collaborazione, etc.).

Serve una adeguata accessibilità fisica e digitale che le renda di nuovo luoghi dell’abitare e del lavorare e non solo origini di un dolente pendolarismo, rendendo più belli, sicuri e vivibili gli spazi domestici (spesso progettati proprio come tali e poi sfregiati dall’oblio) e riattivando il reticolo commerciale e manifatturiero che le animava, oltre quello culturale e associativo che le caratterizzava quando erano ancora “quartieri” di una città policentrica.

Non bastano, tuttavia, la programmazione e la pianificazione, ma è indispensabile l’attivazione di una batteria di strumenti di incentivazione fiscale e finanziaria (più facile oggi in vista delle cospicue risorse derivanti dai fondi post-covid) che indirizzino l’inclusione nelle poliferie di attività già presenti nel panorama della creatività o lo stimolo di quelle latenti a partire dal capitale sociale delle aree meno centrali. È, quindi, necessario anche agire sul capitale sociale, non solo in termini di miglioramento della qualificazione del mercato del lavoro, ma promuovendo l’empowerment e agevolando l’autoimprenditorialità e i reticoli associativi, in modo da facilitare la trasformazione verso i settori dell’economia creativa e sociale, soprattutto quella cooperativa.

L’intensità e la prossimità delle relazioni tra i soggetti istituzionali e i portatori di interessi che agiscono nell’arcipelago poliferico è infatti un fattore determinante del successo, che richiede progetto e regolazione di luoghi e condizioni che facilitino il manifestarsi di tali relazioni. In questo senso, la presenza di luoghi di prossimità e di relazione (scuole e presidi socio-sanitari, centri d’interpretazione, urban center, living lab, centri di municipalità e incubatori) e la localizzazione di servizi culturali, sportivi o di loisir rappresentano una condizione importante per il rafforzamento del capitale sociale tra gli attori che agiscono nelle poliferie.

Nella transizione dalle periferie alle poliferie deve mutare, in particolare, la rilevanza sociale ed economica del patrimonio culturale e ambientale ancora racchiuso in esse, connettendo le politiche di conservazione e valorizzazione con quelle di sviluppo umano. Serve quindi che i capitali culturali e ambientali entrino in maniera strutturale nella “borsa dello sviluppo”, concorrendo da protagonisti alla negoziane degli interessi e dei valori. Serve generare un vero e proprio “dividendo di rigenerazione urbana”, da distribuire in maniera estesa ed equa, concorrendo a distribuire nella quotidianità della vita delle comunità gli effetti della rinnovata dimensione culturale e sociale dello sviluppo.

Immagino questo dividendo di rigenerazione urbana prodotto dalle politiche di conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico, storico-artistico, paesaggistico, culturale, sociale, manifatturiero, come una nuova moneta di scambio – reale e non virtuale – nell’economia della transizione, ed uno strumento di equità sociale capace di entrare autorevolmente nel mercato della negoziazione degli interessi, ridefinendo priorità e traiettorie di sviluppo, agendo sul dominio degli interessi collettivi e nel campo dei beni comuni.

Le poliferie possono realizzare il dividendo sicuramente focalizzando gli investimenti iniziali, sia in termini di finanziamenti (cospicui nei prossimi tempi) che di risorse umane, sulla valorizzazione del patrimonio territoriale. Ma poi serve soprattutto innovazione, sia per risolvere le vulnerabilità conosciute, ma anche per individuare tempestivamente le variabili sconosciute che possono limitare la propagazione degli effetti positivi dell’intervento ad altri settori di filiera.

E soprattutto serve una partnership con il settore privato e con la società civile, per attivare la più ampia gamma di interventi con adeguati ritorni sull’investimento per le nuove politiche, progetti e infrastrutture culturali connesse tra loro in un’ottica realmente ecosistemica.

La condizione primaria di esistenza e realizzabilità delle politiche e delle azioni necessarie a produrre e redistribuire il dividendo della rigenerazione delle poliferie risiede nella capacità di trasformare le numerose isole di eccellenza dell’armatura sociale, culturale e paesaggistica italiana in un “arcipelago culturale e creativo”, in cui le connessioni contino quanto i nodi, in cui i paesaggi relazionali e di contesto siano i luoghi di commutazione tra identità e innovazione, tra patrimonio e creatività, soprattutto nella nuova dimensione metropolitana.

La geografia dell’arcipelago ci impone di definire non solo le funzioni dei luoghi con la più elevata qualità culturale e con il massimo grado di tutela e conservazione (le isole), ma anche i ruoli degli spazi connettivi detentori di risorse latenti che possono completare l’interpretazione dei valori culturali.

Dobbiamo definire i potenziali distretti evoluti che segnalano la presenza di relazioni funzionali (gli atolli). Dobbiamo utilizzare la ricchezza di biodiversità dei paesaggi rurali in continua evoluzione (le barriere coralline), non dimenticando il tessuto di persone che si muovono per fruire delle risorse culturali e della creatività, il reticolo umano che dà senso all’arcipelago.

Il progetto delle poliferie, quindi, che voglia essere l’attivatore e il generatore dell’arcipelago culturale e creativo deve essere in grado di proporre adeguati dispositivi territoriali, sia spaziali che in termini di politiche, che agiscano sul metabolismo territoriale stimolandone soprattutto le funzioni connettive sociali, economiche, educative, turistiche e paesaggistiche, per un più potente, e necessario, iper-metabolismo urbano che costituisca l’alimento di una rinnovata agenda urbana per l’Italia poliferica.

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