L’infittirsi del garbuglio mediorientale

Guido Lenzi di 18 Agosto 2020

Un Medioriente plurale, qual’è stato dalla notte dei tempi, da terra di incontro è diventato terreno di scontri incrociati, fra le sue tante ‘tribù’ quanto fra i loro danti causa. Le periodiche intese, piuttosto che costruzioni stabili, si rivelano tende improvvisate, che non riparano dai molteplici spifferi esterni.

Il riconoscimento reciproco fra Israele ed Emirati arabi non appare destinato a miglior sorte degli analoghi accordi di pace conclusi quarant’anni fa da Tel Aviv con Egitto e Giordania. Tutt’altro: il mancato effetto moltiplicatore fu vanificato dalla sopraggiunta contrapposizione fra sunniti e sciiti, fra Riad e Teheran. Una contrapposizione che il nuovo accordo, raggiunto per impulso degli Stati Uniti, rinfocola invece di accantonare.

Tracciando nuovi schieramenti strategici anche esterni che irrigidiscono, invece di allentare, i tanti nodi regionali. In un’implicita dichiarazione di ostilità all’Iran, che andrebbe invece reinserito nelle equazioni regionali, piuttosto che emarginato, indebitamente additato come principale responsabile del garbuglio mediorientale.

Continuerà a farne le spese lo stesso Libano che, quello sì, rimane la ‘prova del nove’ della sistemazione complessiva del Medioriente. La cui prolungata precarietà interna è il risultato della situazione esterna. Alla quale potrà rimediare soltanto il convergente soccorso, politico oltre che economico, dell’intera comunità internazionale. Che dovrà decidersi, non più ad approfittarne, bensì a circoscriverne le cause, escludendo le interferenze incrociate esterne che non tutelano gli interessi di nessuno.

La devastante esplosione nel porto di Beirut ha fatto saltare il coperchio di una pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione. A Versailles, al momento del disfacimento dell’Impero ottomano, il ‘paese dei cedri’ fu deliberatamente estratto dall’antica ‘Grande Siria’ per farne un ridotto della Cristianità nell’eterogenea famiglia araba. La cui coabitazione è stata ripetutamente compromessa: in sequenza, dall’afflusso dei palestinesi espulsi dalla Giordania; dall’invasione israeliana e la conseguente radicalizzazione degli sciiti, affidatisi a Hezbollah; dalla contrapposizione fra sciiti e sunniti; dall’intromissione siriana; fino alla quindicennale guerra civile, dalla quale il paese non si è più riassestato.

La sua incastellatura tripartita, soltanto formalmente federale, invece di stimolare la convivenza fra le sue principali componenti, ne ha consacrato lo status quo in una democrazia settaria, spartitoria, clientelare, fonte di molteplici corruzioni interne e dipendenze esterne. Inducendo i cristiani ad allearsi con i siriani, e i sunniti con i sauditi (da chiarire rimangono tanto i mandanti dell’assassinio di Hariri Sr quanto le ragioni del sequestro a Riad di Hariri jr). Anche se in negativo, il Libano dovrebbe continuare ad essere d’esempio e stimolo per la reintegrazione dell’intera regione. Quanto meno nell’esporre le responsabilità di ognuno dei suoi attori, interni ed esterni. 

L’accordo israelo-emiratino emargina invece, oltre all’Iran, la Turchia e la Russia (formalmente associati nella questione siriana), persino l’Europa. Indispensabile rimane il concorso delle Nazioni Unite, ma anche il contributo, diplomatico ed economico-sociale, di un’Unione europea tenutasi (tenuta?) sinora ai margini delle equazioni regionali. Una Unione, che non può continuare a rimanere estranea alla ricomposizione del suo più immediato vicinato.

(Nell’inestricabile groviglio mediorientale, le voci più ragionevoli e articolate rimangono non a caso quelle dei libanesi Amin Maalouf, che parla sconsolato di “nostalgia del giorno che non verrà mai” e Samir Kassir che, ha scritto de “L’infelicità araba” nel suo illuminante volume del 2005 -l’anno in cui fu assassinato!).

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