La sindrome americana

Guido Lenzi di 10 Agosto 2020

Un incomprensibile antiamericanismo, dopo aver per decenni spaccato l’Italia, pervade ancora, questa volta trasversalmente, il nostro dibattito di politica estera. Lo registrano i sondaggi, che all’America dicono di preferire la Cina, insinuatasi nelle nostre menti, persino la Russia, passivamente in attesa di tempi migliori. Lo dichiarano quanti, fra i politici, i giornalisti, gli analisti, continuano ad attribuire alla nostra dipendenza dalla NATO le più nefaste conseguenze

Eppure, i sempre più confusi accadimenti internazionali dovrebbero aver ampiamente dimostrato quanto l’assenza dell’America dalla scena internazionale lasci l’Europa esposta e vulnerabile. Ciò vale in particolare per l’Italia, che dimostra di non saper più da che parte stare. Contestando sbrigativamente all’America tanto le azioni quanto le omissioni.

I nostri organi d’informazione, giornalistici e radio-televisivi, imputano a Washington di aver rimosso dalla sua agenda il Mediterraneo e il Medioriente, lasciando il campo libero a Russia e Turchia. Mentre l’attuale amministrazione americana, schierandosi a fianco di Arabia saudita e Israele, ha semmai evidenziato quanto la politica europea, nel suo vicinato meridionale, rimanga più che mai inconsistente.

Inversamente, è alla Nato, cioè all’America, che si continua da noi ad attribuire l’intervento in Libia, che avrebbe sconsideratamente destabilizzato l’intero Nordafrica. Si trattò invece di un’iniziativa di Francia e Regno Unito, i due membri europei del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, autorizzata da una Risoluzione, la n.1973, alla quale aderirono anche la Lega Araba e l’Unione Africana, che ne specificò minuziosamente le ragioni e  lo scopo. L’America rimase in disparte, limitandosi a fornire il sostegno logistico necessario ad una Unione europea che aveva deciso di esporsi militarmente.

La devastante esplosione nel porto di Beirut ha risvegliato l’attenzione sulla missione di interposizione dell’ONU (UNIFIL) che, sotto comando italiano, sventola anch’essa la bandiera europea. La cui presenza, statica, avrebbe dovuto preludere ad iniziative diplomatiche che non si sono manifestate.

Importante quindi, in presenza di un’America interdetta (e di una Gran Bretagna più che mai assente), è pertanto risultata l’iniziativa presa da Macron di recarsi di persona a Beirut, per riproporre nell’area non soltanto la storica presenza francese ma, implicitamente, quella della stessa Europa.

Sotto imbarazzato silenzio è passata infine da noi la dichiarata intenzione dell’attuale amministrazione americana di spostare in Italia una parte delle truppe dislocate in Germania. Un’iniziativa discutibile, formalmente motivata dalla crescente importanza del fronte sud dell’Alleanza. A conferma della rilevanza strategica di un’Italia che rimane invece disorientata.

 Inopportuno dovrebbe pertanto essere presentare l’Alleanza atlantica come ingombrante, quando permane invece l’essenziale strumento politico, prima che militare, di un’Europa della sicurezza allo stato embrionale che molti vanno astrattamente invocando. Un’Alleanza che continua a rappresentare, non il subdolo strumento di prevaricazioni americane, bensì il perno della credibilità del sistema occidentale, il punto di riferimento essenziale per i suoi stessi antagonisti.

Pur rimanendo ‘potenza indispensabile’, è dai tempi di Obama che l’America dimostra di volersi impegnare ‘dalle retrovie’ (from behind). In questi tempi di confusa transizione, piuttosto che continuare a criticare il comportamento dell’America, è delle misure da prendere per compensare il suo ritrarsi dalle responsabilità assunte in tempi di Guerra fredda che l’Europa, e l’Italia, dovrebbero preoccuparsi.

A tutela e promozione di quel sistema internazionale liberale che Stati Uniti ed Europa hanno creato, e dal quale la loro sicurezza continua a dipendere.

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