Simano

Fabio Andina di 5 Agosto 2020

È una montagna che vedo dalla mia baita di Leontica e tutte le volte che salgo a correre al Nara. Sta lì imponente, dall’altra parte della vallata a destra del massiccio dell’Adula. Va su come un triangolo. Il fiume Brenno, che scorre nel fondovalle a 450 metri di quota, ne traccia la base, una linea dal paese di Aquila a quello di Malvaglia, 8 chilometri più a sud. Il vertice è un puntino a 2’580 metri nel cielo.

Incontro il Mauro, porta a spasso il cane, io faccio il giro del paese. Ci sono andato su ieri, mi fa. A corsa partendo da qui, da casa mia. 3 ore e 10 minuti è il mio record, ma ieri c’ho messo 12 minuti di più. Guarda, mi dice e prende il telefonino dalla tasca, cerca l’app. Mi invia sul mio telefonino il tracciato rilevato dal suo orologio della Garmin. Fin lassù ci vogliono un 20 mila passi o giù di lì. Sono 17 chilometri.

Da Leontica, 900 metri di quota, si scende in picchiata dentro boschi di castagni e frassini e querce fino a Dongio, mi mostra allargando e spostando l’immagine satellitare con le dita. Passi il ponte sul Brenno, vai qui dietro alla Coop che c’è un sentiero, non ti puoi sbagliare, c’è il cartello per i Monti di Stabio, si sale all’ombra di abeti. Abbastanza dolcemente tagliando il pendio con una linea quasi retta fino alle baite a 1’173 metri di quota, le vedi, è ben segnato, gli cadi dentro.

Un pianoro d’erba verde raggiungibile solamente a piedi da aprile a novembre. Una ventina di baite in sasso coi tetti in piode arroccate attorno a una chiesetta bianca. La campana come quella delle mucche appesa fuori la porta di legno massiccio. Ci fanno la messa una volta all’anno. Quella domenica di festa c’è polenta e brasato e canti popolari, e tanti turisti si fanno portare su dall’elicottero. Un volo che oopplà, sale dritto come un ascensore da Motto e sei già su in meno di trenta secondi.

Un cane mi si fa incontro abbaiando, ssch buono, dico e gli accarezzo la testa. Riempio le borraccie alla fontana. Un uomo a torso nudo sta falciando l’erba con la ranza davanti la sua baita per tenere pulito. Dalla porta aperta esce la musica di una radio. La cote fa cloc cloc a ritmo delle sue mosse dentro il corno appeso alla cintura di cuoio del militare.

Due bambini corrono e gridano e giocano scalzi. E più il là vedo due giovani donne sedute a discutere e a guardare lontano sopra la valle. Forse sono le madri dei due bambini. Da un camino esce un filo di fumo. Non fa freddo, ma ieri sera ha piovuto e nelle baite in sasso è entrata l’umidità.

Mi rituffo nel bosco, corro nell’ombra, ritorna il silenzio. Sento il mio respiro che si fa corto. Non sono nemmeno a metà del percorso. Il sentiero si fa ripido. Rallento e proseguo a passo di corsa, con le mani spingo sulle ginocchia per aiutare la falcata.

Sbuco al sole. Un altro terrazzo. Un pugno di baite. Non si vede anima viva. Oggi, Premestì è disabitato. Ma noto qualcosa su un davanzale, mi avvicino, una bottiglia vuota. Sull’etichetta c’è scritto Merlot e poi il nome di un vigneto di Malvaglia che non conosco. Bucce di patate e gusci d’uovo sul mucchietto di compostaggio all’angolo del muretto in sasso. Immagino la cena di due persone col vino, patate bollite e frittata. Forse adesso sono in giro a camminare per boschi. Si troveranno già i funghi? Io non ne ho visti. È un po’ presto, quassù arrivano dopo Ferragosto, dal 19 con la luna crescente.

Da qui in avanti ho ancora una mezzora di bosco, poi sono già su a 2 mila metri dove non ci sono che grossi sassi sparpagliati sul pendio che sale secco. I cartelli dei sentieri scompaiono come pure le pennellate di bianco rosso bianco sulle rocce. Gli ultimi 3 chilometri si deve andare un po’ a naso, mi spiega il Mauro indicando col dito sullo schermo del telefonino. Ma basta guardare in su che ogni tanto si vede l’antenna della vetta. Un’antenna per i rilevamenti meteorologici. C’è anche la croce di ferro, ma quella la vedi soltanto alla fine.

E sì, c’è pure un laghetto, dice e allarga l’immagine col pollice e l’indice. Vediamo la macchia scura d’un grigio plumbeo che fa venir freddo solo a guardarla. È in un leggero avvallamento nelle rocce frantumate. Raccoglie la neve che si scioglie in estate. Su in vetta è tutta una sassaia. Metti male il piede e te lo ritrovi incastrato dentro i sassi. Sono affilati, guarda qua, dice e mi mostra la caviglia, un taglio ancora aperto sullo stinco.

E quando sei alla croce, se tira vento attaccati, mi dice mettendo in tasca il telefonino. C’è l’antenna e pochi metri più in là c’è la croce, proprio sullo strapiombo. Rimani alla croce, non andare oltre, mica da finir di sotto, che arrivi dritto nel fiume Brenno. Un tuffo di 2 mila metri.

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One Response to Simano

  1. Carlo Fenini alias Verci ha detto:

    Casa mia. Il Simano. Fatto qualche volta gà da piccolo. Da Güdio, Stabio, Viöi, Sciüpa, Alpe Döscia e dopu sù vers ai omm da Piei e da lì l‘ültima tirada fi sù in drà scìma.

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