La shockterapia europea e italiana

Guido Lenzi di 22 Luglio 2020

Una nazione eternamente adolescente, la nostra, cresciuta disordinatamente, nella benevolenza della sua famiglia europea, è stata chiamata ad affrontare l’ennesima prova di maturità. Ne siamo usciti soddisfacentemente, anche se rimaniamo sotto osservazione: la nostra partita con l’Europa è soltanto rimandata.

La politica estera, si sa, dovrebbe essere il riflesso di quella interna. Ma da noi, in assenza di una coesione nazionale, il rapporto si inverte: è stata quella estera a determinare  quella interna. Il che induce una larga fetta dell’elettorato a considerare l’Europa con il fastidio del figlio nei confronti dei genitori, dai quali continua a dipendere.

“Ora possiamo cambiare volto all’Italia”, ha sentenziato il nostro Primo Ministro. Per farlo, non possiamo però più contare che su noi stessi. A Bruxelles, le nostre pretese, pur soddisfatte, hanno infatti rivelato quanto l’accondiscendenza nei confronti delle nostre manchevolezze si sia esaurita. Non è in gioco la nostra dignità, strenuamente difesa, bensì la nostra credibilità. In un’Europa che sta cambiando i suoi connotati, nei confronti di un mondo in radicale trasformazione.

Il trauma prodotto dall’atteggiamento italiano è peraltro servito da rivelatore dello ‘stato dell’Unione’. Un’Unione allargatasi a Ventotto (meno uno), che ha preso atto di essere, come la Gallia di Giulio Cesare, divisa ‘in partes tres’: il ‘Club Med’ a sud,  gli ‘Anseatici’ al nord e i ‘Visegrad’ ad est. Tre mentalità che convivono nel medesimo involucro, ma rimangono animate da intenzioni diverse. Rispetto alle quali Francia e Germania, affrancate dai condizionamenti della Gran Bretagna, hanno assunto il ruolo di motore e cardine del progetto europeo. 

Il ‘Club Med’ non si è mai organizzato per far valere la propria inclinazione statalista rispetto al liberismo dei nordici e al sovranismo degli nuovi associati. Una distinzione che equivale a quella fra chi ha tenuto i propri conti in ordine e chi non l’ha fatto, con la variante di chi non rispetta nemmeno i valori né le finalità politiche dell’Unione. E’ la nuova veste dell’eterna, antica dialettica fra libertà e sicurezza, descritta da La Boétie, Dostoyevsky, Fromm. Che alimenta le deviazioni nazionaliste, quando non apertamente autoritarie. 

L’assetto europeo è stato questa volta ristabilito non soltanto con uno ‘sconto’ al contributo dei ‘piccoli’ al bilancio europeo, ma soprattutto con l’abolizione del ‘liberum veto’ in Consiglio europeo. Riequilibrando quel rapporto istituzionale, che con l’allargamento a Ventotto si era andato perdendo, fra la funzione legislativa, di indirizzo politico,  propria del Consiglio (intergovernativo) e quella esecutiva, gestionale, della Commissione (comunitaria).

Giustificando inoltre l’opportunità di ricorrere a ‘geometrie variabili’, a seconda degli specifici impegni da prendere, e di provvedere a risorse proprie e un più consistente bilancio a disposizione dell’Unione, se non ancora di una fiscalità comune (oltraggiosa, sia detto in parentesi, l’accusa all’Olanda di essere un paradiso fiscale, mentre si avvale di una fiscalità meno onerosa della nostra).

Altrettanti argomenti da sottoporre all’imminente riflessione sul futuro dell’Europa, che potrà ora meglio coinvolgere le opinioni pubbliche, per tagliare l’erba sotto i piedi ai suoi ostinati denigratori e dissipare l’asserito ‘deficit democratico’.

L’Italia deve ora decidere se rimanere nel ‘Club Med’ o collegarsi al binomio trainante franco-tedesco, al quale avevamo invece rivolto innumerevoli strali. Abbandonando quello spirito di compromesso, di insistente mediazione, che caratterizza la sua politica interna ed estera. Sottoponendoci alle condizionalità corrispondenti alle profonde riforme strutturali che abbiamo troppo a lungo disatteso.

Il nostro Primo Ministro non ha torto nel dire che l’Europa ha bisogno dell’Italia. Nell’assenza di iniziative corrispondenti, stretto fra il Gatto e la Volpe dei due partiti di maggioranza, rischia però, e l’Italia con lui, di far la fine del Grillo Parlante (vedasi in proposito l’illuminante “Pinocchio” che Ludovico Incisa di Camerana scrisse nel 2004). 

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