Il Recovery Fund è la rivoluzione dell’auto elettrica e del Green New Deal

Giuseppe Sabella di 22 Luglio 2020

Con l’accordo sul Recovery Fund, l’Europa diventa finalmente Unione Europea.

È stato un negoziato duro ma si è scritto un trattato storico: per la prima volta, infatti, gli Stati membri condividono una solida politica sovranazionale che ha origine nella crisi pandemica e che si fonda su un debito comune che sarà sostenuto da risparmiatori e investitori che sceglieranno i bond europei.

I Paesi con la finanza pubblica più esposta – come l’Italia ad esempio – saranno meno a rischio grazie a questa copertura comunitaria, mentre prosegue l’azione del quantitative easing della BCE e degli altri strumenti della BEI e del fondo SURE.

A proposito di sovranità sovranazionale, può essere utile ricordare le parole di Angela Merkel del 19 maggio 2020: Lo stato nazionale non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene. Era proprio il giorno in cui Merkel e Macron si accordavano sulla proposta di Recovery Fund– che sostanzialmente è quella dei paesi dell’area mediterranea – da presentare alla Commissione Europea.

Il Recovery Fundè accordo importante da almeno tre punti di vista.

Il primo (1) è di natura politica: l’Europa compie un passaggio decisivo verso l’integrazione, dandosi una precisa collocazione nel nuovo corso della globalizzazione caratterizzato dalla fine del multilateralismo – potrebbe essere proprio la UE ad avviarne uno nuovo – e da un crescente regionalismo politico ed economico, di cui la pandemia è soltanto un acceleratore; il rallentamento del commercio mondiale e il neoprotezionismo dei mercati – USA in particolare – hanno da più di due anni reso i tre blocchi USA, Europa e Cina sempre più distinti.

Il secondo (2) è di carattere economico: per la prima volta l’Unione Europea condivide un programma economico forte, lasciandosi alle spalle la stagione dell’austeritye delle politiche di bilancio e avviando un corso più orientato ad una politica espansiva.

Il terzo (3) aspetto è quello di cui si parla meno ma è quello decisivo: l’Unione Europea riporta la questione industriale al centro dell’agenda e crea le condizioni – appunto attraverso il Recovery Fund– per il suo rilancio nella prospettiva dell’intelligenza artificiale e della transizione ecologica ed energetica, condizioni volte a colmare il suo ritardo di innovazione nei confronti dell’industria americana e cinese. Da questo punto di vista, può essere utile ricordare che secondo le rilevazioni del McKinsey Global Institute, l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale sono stati fatti in aziende americane e cinesi.

In buona sostanza, l’industria torna ad essere il soggetto dell’economia e, di più, della politica, rompendo il refrain della rendita finanziaria e dei mercati, che per anni non solo ci ha annoiato ma ci ha portato a compiere scelte che hanno creato ricchezza non nel nostro mondo ma in quello asiatico.

È per questo che il Recovery Fund prevede importanti misure per il rilancio dell’industria, in particolare per l’innovazione digitale e per la transizione ecologica ed energetica che significa, anche, energie rinnovabili, auto elettrica, nuove infrastrutture e industria delle batterie, tutti capitoli che il Recovery Planaprirà.

Non è un caso che, proprio in questi giorni siano successe due cose importanti: in primis, l’Europa ha lanciato la piattaforma di cloud computing Gaia-X, proprio per iniziare a colmare il ritardo che ha sul digitale con i big di USA e Cina; è il progetto di una nuova infrastruttura europea per la gestione dei dati che sappiamo essere decisiva nell’era digitale. In secondo luogo, in un’intervista al Financial Times, Christine Lagarde si è detta “pronta a esplorare ogni strada per sostenere il rilancio dell’industria europea anche nell’ottica di fronteggiare il cambiamento climatico”.

In sintesi, l’Europa ha avviato un nuovo corso politico-economico e gli ha dato anche un nome (che ha “fregato” agli USA) che sentiremo sempre più squillare: Green New Deal.

In precedenza, già la Presidente Von Der Leyen aveva manifestato tutta la sua determinazione per il Green New Deal, che solo l’emergenza sanitaria ha reso meno rilevante nei lavori della Commissione. È quindi un ottimo segnale che anche un’istituzione come la BCE trasmetta tutta la sua convinzione in tal senso. Lo potremmo definire, dopo quello di Mario Draghi, il “whatever it takes” di Christine Lagarde.

Venendo all’Italia, il nostro Paese ha davanti a sé un’occasione determinante e non una fregatura, come invece ripetono politici in declino e opinionisti lontani da quello che Hegel chiamerebbe lo spirito del tempo.

Le risorse del Recovery Fund possono essere molto preziose per rilanciare il piano industria 4.0: imprese e industrie vanno sempre più portate sull’orizzonte digitale. Anche per questo, e non soltanto per fronteggiare l’emergenza climatica, è nato il Green New Deal.

Per l’Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa, è occasione fondamentale che non possiamo mancare: nel giro di tre anni, rischiamo di uscire dal gruppo dei Paesi avanzati. Dobbiamo fare le giuste riforme – infrastrutture, digitale, fisco, semplificazione, energia in particolare – e rendere la nostra PMI più competitiva: è proprio quella che crea ricchezza sul mercato europeo, che da oggi sarà sempre più favorevole per le nostre produzioni e un po’ meno per quelle americane e cinesi. Anche l’Europa sorniona, finalmente, si è svegliata.

Twitter: @sabella_thinkin

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