Dalla conservazione dei beni culturali alla condivisione del dividendo culturale

Maurizio Carta di 20 Luglio 2020

In un mondo che voglia riconquistare la dimensione culturale dello sviluppo, l’Italia si propone come un laboratorio vivente, un acceleratore in grado di amplificare gli effetti di un esperimento culturale, sociale ed economico per ricomporre il conflitto tra la trasmissione dell’eredità, un ambiente a misura d’uomo e una società dinamica e progressista, riattivando l’alleanza tra l’onere della conservazione e l’impegno della valorizzazione.

Il nostro patrimonio culturale e paesaggistico chiede non più solo norme adeguate (ne servono ancora, sempre di più fondate sull’art. 9 della Costituzione), ma soprattutto nuove politiche culturali e territoriali, nonché nuovi modi di abitare, di muoversi e di produrre. Reclama musei che ne comunichino la storia in forme nuove e con linguaggi adatti a diversi tipi di pubblico che esprimono domande plurali. Chiede di ripensare la valorizzazione dei centri storici come un nuovo modo di viverli e non solo di preservarli, chiede una adeguata qualità dello spazio pubblico come occasione di incontro (oggi anche in sicurezza) e di educazione civica, reclama una mobilità sostenibile non invasiva, chiede una fruizione turistica rispettosa dei luoghi, richiede una cura attenta dell’arredo urbano e domanda adeguate strutture narrative che ci raccontino il passato prefigurandoci il futuro.

Il patrimonio materiale e immateriale italiano pretende di non essere composto solo da isole di qualità protette da una bolla di bellezza (quando lo sono) in mezzo al degrado, ma deve interagire con i cicli di vita del territorio e con i nuovi modelli di sviluppo sostenibile, pretendendo processi di gestione culturale efficienti in grado di farlo agire come propulsore della qualità della vita degli abitanti, e non solo dei turisti, ma motrice di sviluppo e non solo come matrice di identità (come scrivo nel mio libro L’armatura culturale del territorio, FrancoAngeli, 1998).

Non basta più proteggere i beni culturali con aree cuscinetto che ammortizzino le pressioni della trasformazione (spesso una trasfigurazione), ma dobbiamo utilizzare queste aree di protezione per attività innovative da proporre alle comunità di cittadini più responsabili e in cerca di luoghi dell’abitare e del produrre più in sintonia con le loro sensibilità culturali. Attorno alla bellezza dobbiamo estendere una fascia educativa che trasformi i cittadini e i visitatori in custodi e ambasciatori di questa bellezza. Una fascia di attività complementari che arricchiscano la fruizione del patrimonio culturale.

Il patrimonio culturale non chiede solo vincoli protettivi, ma pretende di essere il nuovo “genoma territoriale” su cui ricostruire un futuro migliore per l’Italia, soprattutto per un Sud che voglia tornare protagonista.

Il rapporto dell’Unesco Re-shaping Cultural Policies (2015), dedicato alle politiche attive per il patrimonio culturale materiale e immateriale come motore di sviluppo sostenibile, creativo e intelligente, sostiene la necessità che le azioni di conservazione e le attività culturali e creative siano strutturalmente integrate nelle politiche per la sostenibilità. Il Rapporto invita i governi, i tecnici e le comunità a reimmaginare le politiche culturali, rimodellandone le componenti costitutive al fine di attivare adeguati ecosistemi culturali e creativi in grado di produrre i necessari fattori abilitanti dello sviluppo sostenibile.

Serve innanzitutto una nuova politica urbana e territoriale volta a rafforzare la qualità, connettività e competitività degli ecosistemi culturali attraverso l’adozione di strategie capaci di valorizzare le potenzialità del territorio e di favorirne l’integrazione con dimensioni sovralocali per aumentarne sia la massa che l’ampiezza, e quindi la potenza.

Non va trascurata l’importanza degli interventi per l’ampliamento e il rafforzamento del capitale umano e dei livelli di competenze e professionalità disponibili, agendo sulla formazione e sulla ricerca nonché sulla facilitazione dell’interazione tra gli attori all’interno dell’ecosistema e tra quelli inter-ecosistemici, anche attraverso la nascita di soggetti di intermediazione (agenzie, società miste, etc.) o attraverso l’istituzione di un nuovo sistema integrato della formazione e della ricerca capace di connettere le diverse competenze e sensibilità.

Immagino un vero e proprio “politecnico dei beni culturali e del paesaggio” (ne ha scritto anche Giuliano Volpe, Patrimonio al futuro. Un manifesto per i beni culturali e il paesaggio, Electa, 2915) di dimensione mediterranea che metta in rete le più dinamiche realtà di educazione e ricerca, rafforzandone la missione ed estendendone l’impatto.

È anche indispensabile l’attivazione di una batteria di strumenti di incentivazione fiscale e finanziaria che indirizzino l’inclusione nell’ecosistema culturale di attività già forti nel panorama della creatività o lo stimolo di quelle latenti a partire dal capitale sociale delle aree meno centrali.

È necessario anche agire sul capitale sociale, non solo in termini di miglioramento della qualificazione del mercato del lavoro, ma promuovendo l’empowerment e agevolando l’autoimprenditorialità e i reticoli associativi, in modo da facilitare la trasformazione verso i settori dell’economia creativa. In questo senso, la presenza di centri d’interpretazione, di urban center, di living lab e la localizzazione di servizi culturali, educativi e di intrattenimento rappresentano una condizione importante per il rafforzamento del capitale sociale tra gli attori che agiscono nell’ecosistema culturale.

Serve quindi che il capitale culturale entri in maniera strutturale nella borsa dello sviluppo, distribuendo in maniera estesa ed equa il valore che esso è in grado di generare e concorrendo a distribuire nella quotidianità della vita delle comunità gli effetti della rinnovata dimensione culturale dello sviluppo.

Dobbiamo quindi generare e distribuire un vero e proprio “dividendo culturale” delle politiche di conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico, architettonico, storico-artistico e paesaggistico, una nuova moneta di scambio – reale e non virtuale – nell’economia della transizione culturale, ed uno strumento di equità culturale capace di entrare autorevolmente nel mercato della negoziazione degli interessi, ridefinendo priorità e traiettorie di sviluppo, agendo sul dominio degli interessi collettivi e nel campo dei beni comuni.

Un territorio può realizzare il dividendo culturale sicuramente focalizzando un investimento iniziale, sia in termini di finanziamenti che di risorse umane, sulla valorizzazione del patrimonio. Ma poi serve soprattutto innovazione, sia per risolvere le vulnerabilità conosciute, ma anche per individuare tempestivamente le variabili sconosciute che possono limitare la propagazione degli effetti positivi dell’intervento ad altri settori di filiera. E soprattutto serve una partnership con il settore privato e con la società civile, per attivare la più ampia gamma di interventi con adeguati ritorni sull’investimento per le nuove politiche, progetti e infrastrutture culturali connesse tra loro in un’ottica realmente ecosistemica.

Parafrasando Mahler, proteggere il patrimonio culturale, quindi, non vuol dire adorarne le ceneri, ma custodirne il fuoco.

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