E venne l’anno delle rime buccali

Tonino Ceravolo di 15 Luglio 2020

Finalmente, dopo settimane di discussioni e algoritmi, nell’ultima riunione del 7 luglio, che si immagina “fiume” (oltre 400 pagine tra verbale e materiali allegati), il Comitato Tecnico Scientifico ha sciolto l’enigma: “Nella zona banchi [delle aule scolastiche] il distanziamento minimo di 1 metro tra le rime buccali degli studenti dovrà essere calcolato dalla posizione seduta al banco dello studente, avendo pertanto riferimento alla situazione di staticità”.

In realtà, per chi ancora fosse rimasto alle proprie reminiscenze liceali fatte di rime baciate, incatenate e incrociate, una parte dell’enigma era già stata brillantemente risolta da Gianna Fragonara e Orsola Riva, in un articolo del 26 giugno sul “Corriere”, che erano andate a spulciarsi la Treccani scoprendo che “la parola rima (dal latino rhythmus), oltre al significato principe di «identità di suono finale nella terminazione di due parole», può voler dire anche «fenditura, fessura, crepa» (questa volta dal latino rima). E che di conseguenza la rima buccale (rima oris) è la parte della bocca che comunica con il mondo esterno ovvero «l’apertura delimitata dalle labbra (labia oris) a forma di fessura trasversale tra le due guance (buccae)»”.

Insomma, quello che il latinorum medico (copyright Fragonara – Riva) indicava era che la sicurezza nelle aule per gli studenti dipendesse dalla distanza di un metro da bocca a bocca. Ciò che ancora non si chiariva (e su questo, come sull’esoterismo quasi gnostico dell’espressione “rima buccale”, si sarebbero scatenate legioni di commentatori) era se tale distanza fosse da intendersi in maniera “statica” oppure in modo “dinamico”.

Già, perché una delle grandi scoperte nelle discussioni colte e nelle cronache giornalistiche di questi tristi tempi segnati dal Covid-19 è che alunni e studenti, grandi e piccini, quando entrano in un’aula non si tramutano in statue di sale (situazione statica), bensì si muovono e si spostano e, a seconda delle età, si arrampicano uno sull’altro, si rotolano per terra, si alzano dai banchi per intrattenersi da qualche parte in pensosi simposi sulla “Critica della Ragion pura” o sull’ultima trasmissione televisiva di Fiorello (situazione dinamica).

In altri termini, se nessuno si muovesse e rimanesse per cinque ore avvinghiato al banco a fare a braccia conserte il gioco del silenzio o a distrarsi piacevolmente con l’Ode su un’urna greca di John Keats, il problema neppure si porrebbe. Se si pone è per via della mobilità, in ragione del fatto che, ogni tanto, gli alunni si alzano e camminano, se non altro per dare fastidio al compagno di due file più avanti o per porre più da vicino ardui dilemmi metrici alla professoressa di latino.

Proprio su questo secondo lato dell’enigma interviene, adesso, il Comitato Tecnico Scientifico, per dire, autorevolmente, a presidi, docenti e bidelli (da tempo con gli strumenti di misura in mano) che il metro va calcolato in “situazione di staticità”, cioè quando gli alunni sono saldamente inchiodati ai banchi, tetragoni alle sirene del movimento. E naturalmente, al contrario di quel che si potrebbe pensare, la questione non si chiude qui, perché un problema risolto è spesso un problema che ne apre altri, visto che ciascuna aula ha una propria “identità”, fatta di porte e finestre, spigoli e arredi, lati corti e lati lunghi dei muri.

E allora sistemare i banchi in un modo o nell’altro non è impresa così semplice, tanto che, talvolta, pure i software falliscono e allora meglio i presidi con il metro di scorta, meglio i bidelli con la rullina. Per la verità, ci potrebbero essere pure soluzioni più a misura – è proprio il caso di dirlo – di alunno, ma anche qui, in questa apocalisse che il Covid rappresenta, sembra giunta l’ora delle scoperte. Non solo gli alunni si muovono per le aule, ma sono pure (e spesso) tanti, troppi e spesso tante (troppe) aule sono piccole, non pensate a misura delle classi.  Insomma, anche rispettando le rime buccali i nodi, come si dice, vengono al pettine e si chiamano tagli all’istruzione (come alla sanità) questi nodi, di docenti e di altro personale scolastico, di spazi, di risorse.

Appartiene a questa vicenda la circostanza, non rammentata da nessuno nelle tante inutili logomachie televisive, che un governo un po’ di tempo fa tagliò in pochi anni intorno a centomila posti di lavoro nelle scuole. Il governo non era quello giallo-rosa (o rosso) e il ministro non si chiamava Azzolina. 

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