La Santa Sapienza turca?

Guido Lenzi di 14 Luglio 2020

“Il grande errore–scriveva Simone Weil nel 1933- è quello di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre essa costituisce  innanzitutto un fatto di politica interna”. Gli avvenimenti di questi tempi confermano la sua convinzione.

Putin ha annesso la Crimea, Xi ha incorporato Hong Kong e ora Erdogan ha riconvertito Santa Sofia (Santa Sapienza!) in moschea. Una serie di gesti apparentemente motivati dall’intenzione di affermare identità nazionali che la Storia contemporanea mortifica. Lesivi però del più generale interesse di una comunità delle nazioni la cui consapevolezza tarda ad affermarsi. Gesti che si rivelano difensivi piuttosto che assertivi, come vorrebbero apparire, che asserragliano gli artefici invece di estenderne l’influenza.

Un decennio fa, all’epoca delle cosiddette ‘primavere arabe’, mentre la Russia si propose di approfittarne per recuperare le proprie postazioni mediorientali e l’Iran si atteggiava a protettore di un Mondo arabo perennemente disunito, la Turchia si presentò fieramente come esempio di Islam laico. L’inedito terzetto, coalizzatosi nel ‘Gruppo di Astana’, persegue tuttora agende nazionali divergenti. Voltando le spalle alle Nazioni Unite, con un’America schierata a fianco dell’Arabia Saudita (e di Israele) e un’Europa incapace di far valere i propri diversi argomenti.

La riduzione a moschea della basilica costantiniana, sotto lo sguardo del Cristo Pantocrator, rinnega in un colpo solo la tolleranza vigente nell’Impero ottomano, la laicità imposta da Atatürk e l’odierna strumentale convergenza con Putin. Mosca, proclamatasi da secoli custode della ‘terza Roma’, può semmai cogliere l’occasione per riassorbire il contrasto con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo riproponendosi come supremo difensore della fede ortodossa. Erdogan, collocatosi verso l’estero in aperto contrasto con l’Egitto, a sostegno dei Fratelli musulmani, affiancatosi alla Russia in Siria, per impedire l’affermarsi dei curdi, ma schierata sul fronte opposto in Libia, alimenta il groviglio di contraddizioni in un’area, quella mediorientale, che ha invece urgente bisogno di coesione e stabilità.

Nel palese tentativo di recuperare una centralità nel mondo musulmano la Turchia, oltre alla sua collocazione post-bellica nell’Alleanza atlantica, va così perdendo la sua storica funzione di perno geo-strategico, persino quella più recente di polo di attrazione dei paesi ex-sovietici dell’Asia Centrale, di cultura e lingua turchica. In radicale contraddizione con la strategia neo-ottomana di ‘nessun nemico a 360 gradi’ originariamente proclamata dallo stesso Erdogan. Denotando uno stato confusionale che oscura ogni strategia.

Apparentemente, come nel caso di Putin e di Xi, per la prevalente esigenza, indicata da Simone Weil, di salvaguardare un ordine interno che le odierne circostanze internazionali stanno un po’ dovunque erodendo. Una reazione ‘sovranista’ che, come nel caso italiano, non può non comportare serie ripercussioni internazionali.

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