#swingtheworld

Fabio Andina di 10 Luglio 2020

Mi ha svegliato. Come un sussurro. Lo sento arrivare da lontano. Me lo immagino. Scavalca le montagne settentrionali e si getta a capofitto lungo i pendii come la valanga che tutto travolge.

Ora il sussurro cresce in un mormorio, il vento prende vigore e l’aria si fa elettrica. So che non tarderà ad arrivare, lo aspetto ed eccolo. Il lampo, secco e deciso si schianta al suolo e mi scuote, poi il suono gutturale del tuono riecheggia vicino e inizia a piovere.

Niente di più rilassante della pioggia quando si è a letto. Il tamburellare sulle piode del tetto ti rilassa. In estate, dalla finestra aperta entra profumo di pulito.

Ma io non sono nel letto e non sono sotto un tetto. Sono in una tenda. E la tenda è piazzata a 2000 metri in una radura della pineta. Stava venendo buio quando avevo trovato quest’angolo di paradiso. Erba rasa, sterco vecchio di vacche, muschio e rocce nel sottobosco di conifere. Un tronco scavato come fontana. L’acqua sorgiva, così buona da non smettere di berla.

Più in là, un’altalena. Un altalena affacciata sulla vallata con vista sulle montagne. Appesa a due grosse funi legate alte a due tronchi d’abete distanti quattro metri l’un l’altro. L’asse solido per due posti con la scritta incisa a fuoco #swingtheworld. Mi ero lasciato cullare mentre il crepuscolo cancellava tutto attorno a me. L’aria fresca sul viso, sulla nuca, sul viso, sulla nuca. Finché il cielo s’era fatto stellato.

Adesso, si sta scatenando il finimondo. Il telo della tenda si piega sotto le raffiche di vento e respinge lo scroscio a un palmo dal mio naso. È una tenda vecchia, monoposto, capiente poco più di una bara. Accendo la torcia elettrica. Nonostante il sistema a catino unico e il doppio telo, dalle cuciture termonastrate logore filtra qua e là un filo d’acqua.

Una volta era andato al mare con degli amici. Diciottenni, sprovveduti, una tenda da sei posti che ci si stava in piedi. Bella, accogliente. Ma non adatta a resistere all’acqua. Aveva fatto un temporale, di quelli che scaricano secchiellate. Vestiti, sacchi a pelo, materassini. Tutto inzuppato. Ma a quell’età ci ridi sopra. Tornato il sole avevano tirato due o tre corde tra i pini marittimi del campeggio e avevano steso il tutto ad asciugare.

Il lampo illumina l’interno della tenda, un breve istante di sospensione, non arrivo a contare fino al due che il tuono già percuote. Il temporale è sopra la mia testa. Non mi sento sicuro, infilato come sono nella tenda che sembra a una bara. Ma non mi sentirei nemmeno sicuro fuori nella pineta.

Me ne sto lì, così, e attendo. Fortunatamente nessun abete viene colpito. Sento il tuono scivolare verso sud. Attorno a me torna il buio, e infine il silenzio. La meteo non parlava di questo temporale, penso. Ma lo so che la montagna è imprevedibile. Cerco di riaddormentarmi.

Sono nel centro della radura. Il sole scalda, l’umidità sale dal terreno erboso, e sale anche dalla tenda e dal sacco a pelo e da alcuni indumenti stesi ad asciugare.

In pineta, raccolgo dei rametti d’abete. Sono umidi. Li scorteccio col coltello, li spezzo tutti della medesima lunghezza, li taglio longitudinalmente, faccio la piramide. Sull’apice, come la stella cometa del pino di Natale, ci appoggio un cubetto accendifuoco. Devo insistere mettendone altri ma alla fine il fuoco prende, dall’alto verso il basso come mi aveva insegnato mio nonno.

La legna brucia che è un piacere. Un piacere soprattutto dopo una notte come quella che ho appena trascorso. Metto su la caffettiera e raggiungo l’altalena. Mi do una spinta e, mentre oscillo come da bambino, abbraccio con gli occhi le montagne, la valle, il cielo. Sento dietro di me il caffè che è venuto su e fischia, mi richiama all’ordine, è ora di ripartire. Ma io lo lascio fischiare.

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