La Cina è vicina?

Guido Lenzi di 6 Luglio 2020

L’Oriente è altrove, misterioso, ineffabile. Lo sapevamo. Ma il comportamento della nuova Cina, più che indecifrabile, appare contraddittorio. Nella misura in cui il suo atteggiamento la emargina dal consesso delle nazioni nel quale dichiara di volersi accreditare. Nei suoi confronti, il ‘contenimento’ è reso impossibile dall’assenza di un fronte di diretto contatto, il che determina la generale rassegnata accondiscendenza di cui siamo testimoni.

L’autocrate di Pechino confonde il totalitarismo che impone all’interno con l’assertività che rivolge all’esterno. Una determinazione che nello Xin-jang musulmano, pur nella violazione del diritto delle genti, rimane di insindacabile diritto interno, mentre l’abolizione dello statuto speciale accordato ad Hong Kong viola l’accordo internazionale che, restituendola alla Cina, stabilì un regime di ‘due sistemi in una nazione’. Altrettanto dicasi dell’indipendenza di Formosa e del la libertà di navigazione negli Stretti di Malacca, che Pechino dimostra di non voler rispettare.

Nel fatidico 1989, presente sulla Piazza Tienanmen, Gorbaciov ne arguì che era giunto il momento di cedere allo spirito dei tempi: il Muro si sbriciolò e la Russia si avviò dichiaratamente verso una “casa comune europea” (che rimane da costruire). La dirigenza cinese ne trasse invece l’insegnamento opposto. Pur avendo represso nel sangue la ribellione popolare, Deng Xiao-ping si atteggiò però ad “azionista responsabile del sistema internazionale”, dedito alla “crescita pacifica” di una nazione che si diceva parte integrante del ‘terzo mondo’. Nel 2015 Pechino presentò persino all’ONU un suo “Piano per il futuro condiviso dell’Umanità”, che sottolineava l’importanza di consultazioni, dialogo, inclusività, consenso e benefici condivisi.

Un’intenzione che Xi Jin-ping ha improvvisamente rinnegato, compromettendo la dichiarata volontà di conseguire una rispettabilità internazionale. Approfittando delle distrazioni occidentali, occupando gli spazi lasciati vuoti da Washington, la Cina, da difensore delle ragioni dei piccoli, è diventata pretendente al rango di primo fra i Grandi. In contraddizione con la ‘nuova Via della seta’, che ostenta come espressione di solidarietà internazionale. 

Lo stesso suo attaccamento al sistema multilaterale, tradottosi nel sostanzioso aumento del contributo al bilancio dell’ONU, nella messa a disposizione di proprie truppe alle sue ‘missioni di pace’ (e nell’ottenimento di una base logistica a Gibuti), ha condotto anche all’accesso a posizioni dirigenziali in numerose Agenzie specializzate, il cui operato oggi controlla.

Una situazione che, con l’evanescenza della Russia e il disorientamento europeo, non pare peraltro potersi risolvere nel duopolio americano-cinese che alcuni avevano profetizzato. In un mondo diventato ‘liquido’, l’accresciuto peso economico della Cina, il potenziamento del suo strumento militare e la sua proiezione sugli oceani, non potranno comunque dettar legge. Semmai ostruire la costruzione di un sistema internazionale del quale anche l’”Impero di mezzo” potrebbe trarre beneficio. 

Il che dovrebbe consentire all’Europa, che all’antagonismo fra i Grandi non partecipa, di ritagliarsi quanto meno un più esplicito ruolo di avvocato difensore delle norme a tutela degli stessi interessi di una comunità delle nazioni che, pur rivelata dalle sopravvenute sollecitazioni globali, fatica ad affermarsi.

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