La Germania europea

Guido Lenzi di 1 Luglio 2020

Sin dalle origini, nella storia della Comunità, e poi dell’Unione, europea, le crisi hanno sempre prodotto lo stimolo per una ripartenza: a Berlino nel ’48, a Suez e Budapest nel ’56, a Praga nel ’68, alla caduta del Muro nel ’89, a Wall Street nel ’08. E ora il Covid? Circostanze drammatiche tutte, che hanno convinto gli Stati membri a coalizzarsi meglio, se non sempre ad integrarsi maggiormente. 

La Presidenza dell’Unione che la Germania ha appena assunto è chiamata a fornirne l’ennesima testimonianza. Liberatasi dalle costrizioni della Guerra fredda, riunificata, dopo aver a lungo esitato ad esporsi, Berlino si è infatti dichiarata disposta ad accollarsi il ruolo trainante che le incombe, per la sua collocazione geo-strategica oltre che per la solidità della sua economia. 

Un compito della durata semestrale che la Merkel ha prudentemente descritto in termini di ‘motore e moderatore’. Per svolgerlo, avrà però bisogno di una massa critica di Stati maggiore di quella che le è assicurata dalla professata comunione di intenti con Parigi.  Lo scopo primario rimane quello di riconciliare le diverse anime di un’Unione che rimane costituzionalmente plurima, ibrida, né confederazione né federazione. Di armonizzare la convivenza delle diverse strutture che compongono l’Unione. Una costruzione sviluppatasi nel tempo su tre dimensioni distinte: comunitaria in economia e finanza, per il rigore che tali materie esigono; intergovernativa in politica estera e di sicurezza, per la molteplicità delle variabili esterne; collaborativa invece nella gestione delle questioni di giustizia ed affari interni, nelle quali consistono i diversi contratti sociali. 

Il progetto comune, lo sappiamo, deve soprattutto ritrovare un più preciso senso di direzione in termini non solamente economici e finanziari, ma più in generale politico-strategici, tanto all’interno, fra ‘frugali’ e ‘prodighi’, quanto verso l’esterno, nei confronti dell’Est europeo, di Mosca, Pechino e Washington. In un rinnovato impegno comune, differenziato ma convergente.

Che possa mettere a profitto le specifiche potenzialità europee, che il nostro Padoa Schioppa definiva ‘forza tranquilla’ (detta oggi ‘soft power’), consistente nella coerenza e continuità, nel potere (influenza) piuttosto che nella potenza (militare), in un approccio complessivo, normativo più che impositivo. Adatto a prevenire e gestire le crisi, rispetto a coloro che invece ritengono di potervisi ingerire per forzarne la soluzione a proprio vantaggio. 

Per potersi rendere partecipe dell’evoluzione del sistema dei rapporti internazionali, l’impegno preso di dedicarci alla “Next generation EU”, anche mediante una “Conferenza sul futuro dell’Europa”, non dovrà pertanto necessariamente consistere in una riforma dei Trattati, né soltanto nell’aumento delle risorse proprie della Commissione. Quanto piuttosto nel rendere più agile la propria struttura decisionale 

L’impresa dell’integrazione europea è stata fin dall’inizio una questione franco-tedesca. La loro forza trainante continua a fungere da stimolo per l’intera Unione, nella coabitazione fra liberismo anglosassone (e tedesco) e assistenzialismo latino (e francese). Non è questione di omogeneità, bensì di equilibrio e misura nella composizione dei diversificati ma non difformi interessi nazionali, tanto all’interno, quanto verso l’esterno, dal quale provengono le maggiori sollecitazioni. In materia di politica estera, Francia e Germania si sono già ripetutamente proposte assieme, affermandosi come credibile avanguardia europea nei confronti della Russia in Ucraina, della Cina, degli stessi Stati Uniti.

È di convinzione piuttosto che di introspezione che l’Europa ha oggi bisogno, di azione piuttosto che di riforme. Per lasciare lungo la strada i nazionalisti ‘sovranisti’, per riassorbire cammin facendo il presunto deficit democratico, per proporsi all’esterno come interlocutore necessario, pragmatico ma esigente.

Da intergovernativa, inter-nazionale quale, crescendo, è diventata, l’Unione deve farsi non sovra-nazionale bensì “ultra-nazionale” (il termine è di Sabino Cassese), comune punto di riferimento cioè per gli Stati membri che vi si conformeranno a velocità e geometrie variabili. Pur sempre a trazione anteriore, ma con quell’opportuno meccanismo differenziale che consente ad ogni veicolo di distribuire diversamente energie e velocità fra le ruote motrici. E che il Trattato di Lisbona ha individuato nelle ‘collaborazioni rafforzate strutturate’.

L’Italia, europeista da sempre ma sempre al traino degli altri, succube da convinta fondatrice qual era, incapace di individuare e formulare il proprio interesse nazionale, dovrà tener conto dei nuovi assetti internazionali. Alla configurazione dei quali dovrebbe decidersi a contribuire. 

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