La Russia, dall’Olimpo alla cabina di regia?

Guido Lenzi di 29 Giugno 2020

Per uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato, contando sull’amnesia di quel che ha combinato in Ucraina, nel tentativo di districarsi del blando ostracismo decretatogli dalle sanzioni occidentali, Putin si è rivolto agli altri membri del Consiglio di Sicurezza nell’esortarli a ristabilire la loro antica superiorità gerarchica. 

Un anno fa aveva decretato che il liberalismo è arrivato al capolinea. Ora, nel commemorare la vittoria nella ‘grande guerra patriottica’, tesse le lodi della solidarietà interalleata e delle Nazioni Unite che ne scaturirono, nel rivolgersi ai suoi cinque membri permanenti. 

Dopo essersi tolto qualche ingombrante sasso dalle scarpe, quale l’accordo Ribbentrop-Molotov che attribuisce ai cedimenti occidentali a Hitler, l’autocrate del Cremlino vola alto, osservando che: “Stalin, Roosevelt e Churchill hanno messo in primo piano i veri interessi del mondo… L’ONU svolge ancora la sua funzione primaria di prevenire una guerra importante o un conflitto globale… La creazione di un moderno sistema di relazioni internazionali è uno degli esiti più importanti della seconda guerra mondiale. E’ dovere nostro e dei rappresentanti delle potenze vincitrici assicurare che questo sistema sia mantenuto e migliorato”.

In proposito, sostiene che “un Vertice fra Russia, Cina, Francia, Stati Uniti e Regno Unito [un ordine alquanto stravagante] avrà un ruolo importante nella ricerca di risposte comuni alle sfide e alle attuali minacce e dimostrerà l’adesione allo spirito di alleanza, a quegli alti ideali e valori umanistici per quali padri e nonni si sono battuti fianco a fianco”. Concetti che lo stesso Gorbaciov aveva utilizzato al momento della caduta del Muro.

Putin precisa però (‘in cauda venenum’) doversi trattare di “una riunione dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari”. Il che rivela il proposito di ottenere una rinnovata consacrazione del proprio ruolo di superpotenza militare, piuttosto che di ristabilire la corresponsabilità dei cinque legittimi detentori della folgore nucleare nella conduzione, con il necessario riordino, del sistema collaborativo previsto dalla Carta dell’ONU.

E’ di non proliferazione, oltre che di riduzione, degli arsenali nucleari, che si dovrebbe oggi parlare, di contenimento delle tensioni che coinvolgono gli altri Stati nuclearizzati: India e Pakistan (e Cina), Israele e Palestina, Nord e Sud Corea. In parallelo alla stentata ripresa dei negoziati fra Washington e Mosca sul rinnovo degli accordi sulle armi nucleari a lungo e a breve raggio. Dall’appello di Putin non traspare invece la disponibilità a contribuire alla comune gestione dei rapporti internazionali, disposta dalla Carta di San Francisco. Che il suo comportamento in Ucraina, Siria, Libia, continua infatti a contraddire. Alla cogestione, Mosca sembra preferire un ritorno ai rapporti di forza; che lo stesso Trump parrebbe favorire. Non proprio quello su cui Stalin, Roosevelt e Churchill avevano dichiarato di concordare.

Se d’altronde, come si dice, per ballare il tango bisogna essere in due, per rimettere in carreggiata il sistema internazionale ce ne vogliono almeno cinque: quelli appunto del Consiglio di Sicurezza. Trump ha suggerito semplicemente di riammettere Mosca nel G8, il che dovrebbe comportare quanto meno una rinuncia ai suoi comportamenti unilateralmente assertivi. La Cina non può aver interesse ad affrontare separatamente la questione nucleare, dalla quale si è sinora tenuta in disparte. Per parte loro, i due europei, non certo superpotenze, devono proteggersi da quel che appare l’ennesimo tentativo di Mosca di dissociarli dal loro protettore americano. 

In sottofondo, riemerge semmai la questione dell’eventuale seggio europeo in Consiglio di Sicurezza. Ipotesi che rimane alquanto prematura, non soltanto perché implicherebbe una riforma dell’intera struttura dell’ONU, ma soprattutto perché, nelle attuali condizioni,  manca la precondizione di un ritorno dell’organizzazione universale alle sue originarie funzioni.

In questa fase di incerta transizione, si potrebbe semmai trattare di affidare a Parigi, che in Europa vuole recuperare un ruolo trainante, e a Londra, che con la Brexit tornerebbe a proporsi quale raccordo transatlantico, il compito di far valere, diversamente, le considerazioni europee nel maggiore dei consessi internazionali, per riaffermarne la funzione preminente. Il che non è ancora il proposito di una Russia frustrata e confusa.

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