Eterotopie dell’Italia mediana

Maurizio Carta di 26 Giugno 2020

«Dobbiamo ritrovare il batticuore dei luoghi», scrive con delicate ma potenti parole Franco Arminio nelle sue elegie sull’Italia dei mille paesi. Questo “batticuore” è composto di un tempo ritmato e non sincopato, di dimensioni contenute e non sgraziate, di materiali garbatamente sensibili e non presuntuosamente infallibili. Un batticuore che è fatto anche di extrasistole, di rallentamenti repentini del tempo, persino di qualche temporaneo arresto per ascoltare il silenzio.

L’Italia, già durante il modello metropolitano imperante (spesso fasullo), mostrava la resistenza delle sue tante comunità fragili ma struggenti, un’Italia troppo spesso isolata ma ammaliante, un’Italia della gioia invece che del rancore. E ancora di più la distanza dagli epicentri del contagio ha rivelato il valore delle comunità mediane anche a chi per anni le aveva denigrate o tutt’al più accarezzate con paternalistico affetto. Dobbiamo ricomporre, quindi, l’alleanza fruttuosa tra Italia metropolitana (da rivedere) e Italia mediana (da ricostituire).

L’Italia è uno straordinario arcipelago di diverse specie di spazi civici (le “cento città” di Carlo Cattaneo) tenuti insieme, aggregati e interconnessi da storie, tradizioni, memorie, similitudini, analogie, cammini, percorsi, trattenuto da montagne, valli, mari e fiumi: un arcipelago fluido di connessioni implicite piuttosto che la struttura rigida di un progetto consapevole.

La sfida eterotopica dell’Italia mediana (di cui parlo nel mio libro Futuro), fatta di differenze invece che di omologazioni ad un modello, si fonda sulle sue città medie, sui paesi alpini e appenninici, sulle comunità rur-urbane. Una sfida rivolta alla creazione di nuovi metabolismi più resilienti, più creativi, più intelligenti e più collaborativi, assumendo un ruolo di propulsore anti-ciclico rispetto al declino e quindi un acceleratore della metamorfosi. Soprattutto nei tempi postpandemici, sfuggendo, però, alla retorica dei borghi-rifugio che non genera ma consola.

E’ l’Arcipelago Italia, a cui è stato dedicato nel 2018 il Padiglione Italiano della Biennale Internazionale di Architettura di Venezia, curato da Mario Cucinella. E’ l’antifragilità della Strategia Nazionale delle Aree Interne. E’ l’Italia Metromontana di cui scrive con acutezza Antonio De Rossi. E’ l’Italia Multiurbana su cui ho lavorato con l’Anci.

L’arcipelago italiano non agisce come un unico organismo definito una volta per tutte – sarebbe una isotopia – ma utilizza la forza delle sue relazioni porose e reticolari per condividere identità, ruoli e gerarchie con articolazioni diversificate dello spazio e della società. È, invece, spazio eterotopico generato dallo spazio vissuto da comunità differenti che lo intersecano con flussi multidimensionali ed a intensità variabili.

È un arcipelago di inquietudini e apprensioni, perché, come scrive Michel Foucault, «le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la sintassi e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa tenere insieme le parole e le cose».

In Italia, lontano dai riflettori della cronaca e dalle tabelle delle statistiche, ma sotto l’occhio affettuoso di storici, narratori, camminatori, poeti, paesologi, artisti, architetti, urbanisti, sociologi ed economisti sensibili, da alcuni anni diversi sistemi policentrici e reticoli territoriali stanno sperimentando il radicamento locale di infrastrutture di mobilità e di infostrutture digitali, la interconnessione tra reti verdi, armature culturali e cicli di vita lenti, la diffusione di competenze tecnologiche e dell’innovazione all’interno delle amministrazioni locali. L’Italia mediana è fatta di luoghi straordinari, di intensa vita, di emozioni di comunità, che solo una «clamorosa miopia geografica porta a renderle invisibili pur essendo il cuore della nazione» scrive ancora Arminio.

È nell’Italia mediana, tra le Alpi e gli Appennini, nei reticoli di paesaggio e nei centri storici abbarbicati sulle rocce, tra le piane fertili disegnate dai contadini e le manifatture che resistono che possiamo individuare nuove comunità relazionali e interagenti, creative e resilienti, che oggi appaiono la migliore soluzione alla riattivazione e rilancio dell’arcipelago delle aree interne per dare al paese un diverso presente come prologo di un futuro migliore.

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